Colpo di Stato in Burundi: i militari al potere

dw.de

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“Il presidente Pierre Nkurunziza è stato rimosso dal suo incarico, il governo è sciolto. Per governare il paese è stato istituito un comitato di salvezza nazionale…le masse hanno deciso di prendere nelle proprie mani il destino della nazione per porre rimedio a questo ambiente di incostituzionalità in cui il Burundi è sprofondato”

Con queste parole il generale Godefroid Niyombareh, rimosso dal suo incarico a febbraio scorso, ha annunciato via radio la destituzione del presidente Pierre Nkurunziza, mentre questi si trovava a Dar El Salam, in Tanzania ad un vertice con i capi di stato dei Paesi dell’Africa Orientale. La presidenza ha subito smentito il colpo di stato con un tweet.


Il presidente Nkurunziza aveva dichiarato il 26 aprile, a due mesi esatti dalle elezioni di giugno, che si

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi

sarebbe ricandidato per la terza volta alla carica presidenziale, questa la miccia delle rivolte. Delegazioni dell’ONU, dell’UE e dell’Unione Africana si sono succedute in queste settimane a Bujumbura (la capitale del Burundi) per dissuadere il presidente dal ripresentarsi alle elezioni.

La costituzione del Paese, l’Accordo di Arusha del 2000 e il successivo accordo di pace del 2006, stabiliscono un massimo di due mandati presidenziali, ma i sostenitori di Nkurunziza e persino la Corte Costituzionale ne sostengono la legittimità, dal momento che la prima volta (2005) Nkurunziza è stato eletto dal parlamento e non dal popolo attraverso elezioni, mentre solo la seconda (2010) con voto popolare. Tesi che l’opposizione ha considerato un colpo di stato, perché fondata su un cavillo costituzionale.

Al congresso del 26 aprile, dove Nkurunziza veniva riconfermato come candidato dal suo partito (CNDD-FDD, Consiglio nazionale per la difesa della democrazia – Forze per la difesa della democrazia), non erano stati inviati gli oppositori interni, già allontanati dal partito e rimossi dalle cariche istituzionali. Per il giorno successivo, domenica 27, era stata annunciata una manifestazione della società civile, che però fu soppressa dalle forze dell’ordine con spari ad armi cariche ad altezza d’uomo e con l’uccisione tre persone e più di 300 arresti.

Il 3 maggio il generale Prime Niyongabo, capo delle forze armate, ha annunciato la neutralità dell’esercito e i soldati hanno svolto il ruolo di “forza cuscinetto” tra i manifestanti e la polizia per evitare violenze più gravi. Oltre a vietare le manifestazioni e i cortei, il governo da inizio maggio ha bloccato l’accesso dai dispositivi mobili ai principali social network, che secondo le autorità servivano ad organizzare le proteste, per qualche giorno sono state chiuse anche le radio indipendenti, poi riaperte con l’avvertenza da parte del vicepresidente Prosper Bazombanza di non incitare le proteste.

Le proteste nel Paese sono durissime e in meno di un mese più di 20 mila persone hanno abbandonato il Paese verso il Ruanda, la Tanzania o la Repubblica Democratica del Congo, la Croce Rosse del Burundi conta almeno 20 uccisioni tra i civili.

Non appare ancora chiaro quanto ampio sia il sostegno di cui gode il nuovo governo tra la popolazione, e quanto forte sia la fronda interna all’esercito che appoggia il colpo di stato, anche se sono già state avviate delle trattative con la fazione lealista dell’esercito, che sembra escludere la ricandidatura di Nkurunziza. La questione però appare complicarsi, e si allontana anche l’ipotesi di un’intesa, dal momento che il governo ha annunciato che i golpisti «saranno condotti davanti alla giustizia» al rientro del presidente.

 

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