Angola: l’altalena del potere

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Il 22 Febbraio 2002, con l’uccisione del leader dell’unico movimento d’opposizione Jonas Savimbi, è iniziata una nuova era per l’Angola. Dopo una lunga lotta per l’indipendenza dal Portogallo, una estenuante guerra civile durata 27 anni, a Luanda si respira aria di pace.
Il paese ha avviato una ricostruzione massiccia delle sue infrastrutture, grazie a manodopera a basso costo cinese. Oltre ad amplificare il divario geo-economico urbano-rurale, l’arricchito stato-partito al comando, l’MPLA (Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola) si sta allontanando sempre di più da cittadini esclusi dai benefici e spettatori del noto sistema corrotto, simbolo di istituzioni deboli, poco trasparenti e poco responsabili.

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Come si spiega che uno dei paesi potenzialmente più ricchi di risorse in Africa sia invece uno dei più poveri? La principale “croce e delizia” è il petrolio che rappresenta il 97% delle esportazioni e l’80% delle entrate statali. Grazie all’oro nero è stato più facile finanziare, prolungare il conflitto quando serviva e mantenere al potere una oilgarchy -un’oligarchia petrolifera corrotta- che ha alimentato le reti patrono-clientelari per anni e che, sotto diverse forme, oggi è ancorata al potere e sopravvive grazie all’utilizzo di risorse pubbliche per scopi personali. Il presidente José Eduardo dos Santos è stabilmente al comando da 36 anni insieme ai “pochi eletti” di Sonangol, la compagnia petrolifera nazionale, i membri del partito e delle forze armate.

La rapida opera di post-conflict reconstruction è stata possibile soprattutto grazie alle ingenti quantità di revenues petrolifere che hanno “gonfiato” l’economia e hanno permesso pagamenti immediati alla Cina, il primo partner commerciale con cui ha sviluppato una strategic partnership dal 2004.
Tuttavia, non ci sono solo benefici in un’economia estremamente dipendente da export di risorse. Al contrario, c’è stata una forte battuta d’arresto in concomitanza della crisi economica globale e il crollo dei prezzi del petrolio tra il 2008 e il 2009.
Di fronte a questa improvvisa mancanza di flussi di denaro, il partito ha annunciato alcune riforme per diversificare l’economia, investendo di più nei settori non estrattivi come l’agricoltura anche se con pochi effetti concreti. Nonostante sia formalmente una Repubblica presidenziale, con le leggi varate nella nuova Costituzione del 2010, il potere decisionale è stato rafforzato nelle mani di dos Santos in “un’autocrazia mascherata”, tra le proteste dei giovani scesi in piazza per chiedere più lavoro e più giustizia sociale.

angolaIl petrolio rimane la linfa vitale dell’economia e la fonte primaria e più sicura di entrate in una cultura ossessionata dal profitto che è diventata normalità. Questa pratica spesso induce a una collaborazione “forzata” tra multinazionali straniere e membri del partito e dell’esercito per avere contratti privilegiati nei blocchi petroliferi offshore, uno schiaffo alla ancora fragile e povera realtà angolana.

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