Le mille anime del Sudafrica post-apartheid

 (Vista panoramica della township di Katlehong, Johannesburg - @Marco Casino)

(Vista panoramica della township di Katlehong, Johannesburg – @Marco Casino)

Oggi rimane solo un ricordo delle elezioni multipartitiche e multirazziali del marzo 1994 che ha celebrato la vittoria del partito ANC di Nelson Mandela e la sua elezione a presidente della Repubblica. A 21 anni dalla fine dell’isolamento internazionale a causa dell’apartheid il Sudafrica è lo stato più avanzato dell’Africa, conosciuto nel mondo per i diamanti della De Beers, per l’eccellenza dei vigneti alle pendici della Table Mountain, per le 11 lingue ufficiali sancite da una delle Costituzioni più liberali al mondo e per le cicatrici recenti di un passato che si vorrebbe dimenticare.

Molto tempo è trascorso dalle promesse elettorali dell’ANC (l’African National Congress) di creare una vita migliore per tutti, un “rinascimento africano” in cui il Sudafrica fosse paladino della diplomazia dei diritti, potenza regionale e leader panafricano che desse voce ai paesi in via di sviluppo. La realtà ha visto emergere diverse sfide nella transizione democratica e nel processo di riconciliazione nazionale durante i 20 anni delle presidenze Mandela, Mbeki e Zuma.

Nel 2009 la vittoria elettorale di Zuma ha coinciso con un’occasione per rilanciare la lotta alla povertà e all’ineguaglianza mentre si acuiva la crisi economica internazionale. L’ANC ha potuto riconfermarsi al potere grazie all’unione dell’elettorato dei pochi lavoratori urbani sindacalizzati e la classe media urbana nera nata in seguito al Black Economic Empowerment degli anni Novanta. Tuttavia, i livelli altissimi di disoccupazione hanno alimentato un clima di accuse reciproche negli ultimi mesi, arrivando a incolpare gli immigrati stranieri di rubare lavoro tra tensioni, scontri di piazza interrazziali repressi dal governo e scioperi di massa frequenti. A questo si è aggiunto l’eterno problema della corruzione delle elite politiche, di una retorica populista fine a se stessa, di un deficit democratico, di scandali e flussi migratori continui. Eppure, la speranza in un futuro migliore è visibile negli occhi della generazione dei “born free” nati alla fine dell’apartheid, i ventenni sudafricani di oggi che credono nel sogno di Mandela di un Sudafrica unito, una rainbow nation con più giustizia, più uguaglianza e meno povertà, in cui sia possibile fare le proprie scelte liberamente e realizzare i propri sogni senza essere costantemente giudicati.

In una nazione che si è risollevata da sola dalla discriminazione e dalle violenze, oggi è il denaro che divide, non più la razza. Il Sudafrica post-apartheid rappresenta l’emblema della convivenza dei mille volti delle diseguaglianze. Sul piano geo-economico il divario urbano-rurale rende manifesta una frattura ereditata dalle politiche di “sviluppo separato” e segregazioniste: bianchi e afrikaner (i discendenti dei boeri olandesi) più istruiti, economicamente benestanti vivono nelle città costiere più avanzate e si contrappongono a campagne più povere, arretrate e poco collegate internazionalmente, ancora prevalentemente abitate da neri delle numerose etnie africane (di cui le maggioritarie sono quelle di lingua Zulu e Xhosa).

Invece, sul piano geografico c’è una polarizzazione Nord-Sud che rappresenta altre due anime: un Sudafrica del Nord (Johannesburg, Pretoria, Bloemfontein e Durban) ricco di industrie minerarie e centri economico-finanziari in un mosaico etnico e linguistico frammentato e un Sudafrica del Sud con l’unico centro di Capetown, meno densamente popolato, più integrato con le periferie rurali, più omogeneo nelle etnie (maggioranza bianca e afrikaner) che offre turismo, servizi, telecomunicazioni e alta formazione nelle università. Le due anime del Nord e del Sud convivono per necessità e per volontà di contribuire insieme a crescita, sviluppo, stabilizzazione e unità della Repubblica Sudafricana.

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