Storie africane parallele: i destini incrociati di Angola e Sierra Leone

Brent Stirton/Getty Images -

Brent Stirton/Getty Images –

Come per una self-fulfilling prophecy, molte nazioni africane sono rimaste imprigionate in un circolo vizioso di potere, controllo e politica in cui petrolio e diamanti si sono rivelati croce e delizia, un oggetto di competizione e commercio nelle guerre per le risorse. La patrimonializzazione e personalizzazione del potere ha consentito l’arricchimento di pochi, allargando il divario tra vertici politici e un popolo povero, disoccupato, senza diritti, vittima del paradosso dell’abbondanza: ricchezza di risorse e povertà sociale diffusa. A leggere la storia dell’Angola emergono sorprendenti analogie con la storia sierraleonese. Sia la guerra civile sierraleonese (1991-2002) sia quella angolana (1975-2002) sono accomunate da un governo semi-autoritario incapace di gestire i proventi che, per sopravvivere al potere, si è scontrato con i ribelli (RUF in Sierra Leone e UNITA in Angola), stanchi di essere spettatori di una gestione neo-patrimoniale delle ricchezze. Questa instabilità ha portato a prosperare i warlord, i signori della guerra che gestivano i blood diamonds, i diamanti insanguinati per autofinanziarsi. In Sierra Leone le relazioni ramificate erano possibili grazie ai commercianti e intermediari libanesi, finanziatori di minatori autonomi senza licenza governativa per l’estrazione dei diamanti. Invece, in Angola i garimpeiros erano i minatori clandestini indipendenti che venivano ingaggiati dai ribelli per ricerca e estrazione delle gemme a Lunda Norte e Sul –la zona di diamanti di contrabbando più grande al mondo. Inoltre, in entrambi i conflitti non sono mancate ingerenze esterne: per la Sierra Leone, Nigeria e Liberia ambivano a controllare i bacini diamantiferi del Sud-Est del paese mentre la Gran Bretagna è stata mediatore risolutivo.

AngolaIn Angola in piena guerra fredda si era verificata una proxy war, una guerra per procura in cui USA e URSS facevano i loro interessi appoggiando i ribelli o il governo socialista dell’MPLA e manovrandoli come pedine. Altro aspetto condiviso è la privatizzazione della guerra: la compagnia di sicurezza militare privata, la sudafricana Executive Outcomes, intervenne per aiutare a superare l’empasse strategico-militare del governo MPLA contro i ribelli UNITA di Jonas Savimbi; dall’altra parte, a sostegno di Freetown per annientare i ribelli del RUF, sostenuti dal presidente liberiano Charles Taylor che voleva impossessarsi dei diamanti sierraleonesi per organizzare la rivolta anche in Liberia. In entrambi i casi l’intervento ONU è stato tardivo: le missioni di peacekeeping inviate (UNAVEM I, II, III in Angola e UNAMSIL in Sierra Leone) erano impreparate, esigue e senza poteri effettivi. I patti di disarmo stipulati non vennero osservati dai ribelli in entrambi i casi, alimentando sfiducia reciproca e un “dilemma della sicurezza”. Le Nazioni Unite risposero con un embargo sulle armi e sui diamanti sia in Angola che Sierra Leone per frenare l’emorragia dei diamanti insanguinati che finivano sui mercati internazionali. I diamanti erano merci facili da trasportare e redditizie per il contrabbando: erano conflict goods, beni fonte di conflitto di cui beneficiavano signori della guerra, imprenditori e affaristi che impiegavano la violenza per l’attività economica. Il controllo del commercio era la chiave per il potere politico e la depredazione di risorse aveva permesso lucri sulle concessioni e svenduto le materie prime per arricchimento personale di pochi. In questo senso, parafrasando Clausewitz “la guerra era la prosecuzione dell’economia con altri mezzi”.

Sierra_LeoneIn Sierra Leone i canali del traffico di contrabbando erano due: Charles Taylor che forniva le armi dei paesi ex sovietici dell’Europa Orientale dietro compenso di diamanti offerti ai mercati; parallelamente Burkina Faso e Bulgaria erano complici degli affari illegali sui mercati internazionali. Nelle fase “senza testimoni” esterni (1992-2002), in Angola è stato impressionante il traffico illegale di armi: i diamanti grezzi venivano venduti dai ribelli UNITA (in quanto non esistevano ancora iniziative come il Kimberley Process Certification Scheme che traccia l’origine dei diamanti e ne impedisce il commercio se proveniente da zone di conflitto) e così si protraeva il conflitto. In alternativa si usava la formula oil-for-arms, petrolio in cambio di armi provenienti dagli arsenali dei paesi satellite dell’Unione Sovietica. Questo scambio aveva coinvolto anche i vertici del governo francese (dal Primo Ministro Charles Pasqua al figlio del presidente Mitterand) che traevano enormi benefici economici e privilegi dal business e alcuni intermediari come Pierre Falcone e Arcadi Gaydamak. Quando emerse la complessa rete di affari illeciti, scoppiò l’Angolagate.

Oggi, dopo 13 anni dalla fine delle sanguinose guerre, Angola e Sierra Leone vivono una fase di assestamento in cui le sfide sono sviluppare una strategia di crescita sostenibile per far sì che la maledizione delle risorse si possa trasformare in una benedizione e portare benessere economico e sociale; in secondo luogo, diversificare la produzione per distribuire meglio i proventi e ridurre il divario sociale tra i vertici politici e la popolazione che vive con meno di due dollari al giorno. Per questo, si trovano ancora in fondo alla graduatoria dello Human Development Index, ma in testa al Perception of Corruption Index o Poverty Index per le condizioni di ineguaglianza, povertà e ingiustizia sociale ancora presenti.

Il presidente sierraleonese Ernest Bai Koroma sta affrontando la ricostruzione post-conflict malgrado l’instabilità nel Golfo di Guinea dovuta a episodi di pirateria, dispute lungo i confini marittimi degli stati costieri e le enormi difficoltà interne causate dal virus ebola. Il presidente angolano dos Santos è impegnato a far rinascere l’Angola dalle ceneri e applicare trucchi, scappatoie legali e non per aggirare le leggi e mantenersi al potere dietro una maschera di semi-democrazia e pseudo-trasparenza.

I due stati condividono la piaga della corruzione che rende inefficienti l’economia e l’amministrazione, l’interesse degli investitori internazionali soprattutto dei cinesi assetati di risorse e una ricostruzione dinamica su vasta scala dal 2002. La relazione diplomatica di più successo è quella con la Cina che ha promesso di ricostruire infrastrutture in cambio di estrazione e fornitura di petrolio a prezzi stracciati. Le nuove generazioni, inascoltate soprattutto in Angola, denunciano stanchezza e frustrazione, protestano in piazza di fronte all’ennesimo caso di nepotismo o corruzione in economie a rapida crescita e chiedono lavoro, giustizia e libertà: è giunto il momento di riprendere in mano il proprio futuro.

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