Chi è El Chapo Guzmán

el chapo

Joaquín Archivaldo Guzmán Loera nasce a La Tuna de Bandiraguato, paesino di contadini fra le montagne del Sinaloa, il 3 aprile del 1957. Come gli altri abitanti del villaggio il padre del Chapo vive di agricoltura e pastorizia vivendo praticamente nella povertà. La differenza la fa la parentela, infatti nel parentato del Chapo figura Pedro Avilés Pérez, pezzo da novanta del narcotraffico messicano degli anni ‘60/’70. Il soprannome di El Chapo (letteralmente “il tarchiatello”) lo si deve alla sua corporatura: spalle ben larghe e soli centosessantasette centimetri di altezza.

Con questi presupposti la storia del Chapo è praticamente scritta. Già da ragazzo inizia a lavorare per i narcos e non ci vuole tanto perché entri nelle grazie di Miguel Ángel Félix Gallardo, El Padrino, che ai tempi comandava il cartello di Guadalajara. Infatti dopo l’arresto del Padrino nel 1989 è proprio El Chapo a fondare e comandare il cartello di Sinaloa, non ci vuole molto perché questa diventi l’organizzazione di narcotrafficanti più importante e pericolosa del Messico. Per varcare il confine e raggiungere il mercato statunitense utilizza di tutto: dalle macchine ai “muli”, dai camion agli aerei; non solo, è proprio del cartello di Sinaloa il primo tunnel sotterraneo –di 450 metri-, rimasto poi incompleto perché scoperto, costruito per collegare il Messico (Tijuana) agli Stati Uniti (San Diego).

El Chapo viene arrestato la prima volta il 9 giugno 1993, ma riesce comunque a gestire ogni suo affare dal carcere di massima sicurezza di Puente Grande, dove viene trasferito nel 1995. Non appena entra in vigore una legge grazie alla quale l’iter per estradare i messicani che hanno carichi pendenti anche nel territorio degli Stati Uniti diventa più semplice, El Chapo decide di evadere perché ciò avrebbe significato la fine del suo regno in Messico. Il 18 gennaio 2001 fugge dalla prigione nel più classico dei modi: si nasconde all’interno del cesto dei panni sporchi e così, anche grazie alla complicità di almeno 15 guardie carcerarie, riesce a lasciare il penitenziario indisturbato.

Questa fuga rafforza il mito del Chapo, che era nato già nel 1993 quando riuscì a sopravvivere ad un attentato all’aeroporto di Guadalajara organizzato dal cartello di Tijuana che voleva eliminarlo. Al suo posto, per uno scambio di persona (come ufficializzato dall’FBI), fu ucciso il cardinale Juan Jesús Posadas Ocampo, che viaggiava su un’auto identica a quella del Chapo e che era il simbolo messicano della lotta ai narcotrafficanti. Il mito del Chapo si fa così sempre più grande e riesce ad attirare esponenti di altri cartelli, in particolare uomini del cartello rivale: quello di Juarez, dando così vita alla guerra per Ciudad de Juarez, che in questo modo si guadagna il poco felice primato di città più pericolosa del mondo visti i più di duemila morti all’anno.

El Chapo ragiona con una mentalità imprenditoriale, cerca nuovi mercati. Non bastassero marijuana, ecstasy, cocaina e derivati per arricchirsi ed avere il Messico in pugno, decide che il cartello deve entrare nel mercato della metanfetamina per poter accontentare la clientela statunitense. Il potere del Chapo è talmente forte che non viene scalfito nemmeno dall’arresto di settecentocinquanta membri del cartello che operavano sul territorio statunitense e la conseguente confisca di cinquantanove milioni di dollari in contanti, armi, mezzi (tra cui aerei e barche) e una quantità spropositata di sostanze stupefacenti (tra gli altri, più di dodicimila chili di cocaina, più di settemila chili di marijuana, oltre cinquecento chili di metanfetamine).

All’inizio del 2014 il potere del Chapo è talmente forte che governa sul confine tra Messico e Arizona, ha infiltrazioni nel sistema statunitense, ha affari in ballo in Africa occidentale e in Spagna. Tutto ciò lo fa diventare per le autorità statunitensi, dopo la morte di Osama Bin Laden, il numero uno fra i ricercati. Solo che il 24 febbraio dello stesso anno viene arrestato in un’operazione congiunta della Marina messicana, della DEA statunitense e degli U.S. Marshals.

La sua cattura diventa il fiore all’occhiello della propaganda del presidente Enrique Peña Nieto, che ha fatto della lotta al narcotraffico uno dei punti cardine della sua campagna elettorale del 2012.

Lo scorso 11 luglio El Chapo Guzmán ha deciso che la sua permanenza all’interno del carcere di massima sicurezza di Almoloya è durata abbastanza. Questa volta non si è dovuto nascondere sotto ad un mucchio di panni sporchi, ma approfittato dell’esperienza maturata dai suoi uomini nella costruzione di tunnel, grazie ai quali riescono a varcare i confini di stati e penitenziari. La fuga è stata tanto calcolata quanto semplice: El Chapo ha approfittato dell’unico angolo che le telecamere di sorveglianza non possono inquadrare per motivi di privacy, la doccia. Proprio lì sotto c’era l’ingresso del tunnel che lo ha fatto uscire in un fabbricato dismesso a circa un km e mezzo di distanza dalle mura della prigione, all’interno dei tre canali costruiti dagli uomini del cartello di Sinaloa c’era anche una motocicletta messa lì per rendere più agevole il ritorno alla libertà del boss.

La nuova fuga del Chapo mette in bilico la stabilità del governo Nieto che subito dopo la sua cattura, nei primi euforici momenti, dichiarò “è responsabilità del governo che la fuga del Chapo non si ripeta mai più”. I risvolti di quanto, e come, accaduto sono diversi: in primis vengono messi in discussione la credibilità del governo e dell’apparato di sicurezza nazionale; si sente l’esigenza di un inchiesta che vada sincerare e punire le eventuali connivenze di addetti alla sicurezza. Non mancano le strumentalizzazioni da parte dei partiti di opposizione, il PAN (il partito di destra) chiede la testa di Peña Nieto dopo questa “vergogna internazionale” e del segretario di governo Osorio Chong che assicurava che El Chapo era “sciuro e ben sorvegliato”, anche la sinistra, tramite il PRD, cerca di destabilizzare il governo avanzando sospetti di collusione che coinvolgono l’intelligence messicana, le autorità penitenziarie e alti funzionari.

Approfittando di questo mare di polemiche e interrogativi, El Chapo Guzmán naviga liberamente verso le braccia dell’ultima delle sue quattro mogli (tra cui un ex reginetta di bellezza).

 

 

 

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