Turchia-Kurdistan: pace impossibile? Intervista a Hikmet Aslan, rifugiato politico in Italia, ex combattente del PKK

PKK guerilla Sarya Agiri, 22, from Maku, Iran, poses for a portrait in Qandil Mountains, Iraqi Kurdistan, December 5, 2010. She has been with PKK for four years. She is a guerrilla fighter and carries her own gun and her current duty is to work at sewing workshop.

PKK guerilla Sarya Agiri, 22, from Maku, Iran, poses for a portrait in Qandil Mountains, Iraqi Kurdistan, December 5, 2010. She has been with PKK for four years. She is a guerrilla fighter and carries her own gun and her current duty is to work at sewing workshop.

di Maria Antonietta Crapsi. 

Il signor Hikmet Aslan è un kurdo, rifugiato politico in Italia, ex combattente del PKK. Aslan, 43 anni, ha combattuto in Iraq dal 1991 al 1993 e lì è stato gravemente ferito da un mercenario appartenente alla fazione opposta dei kurdi iracheni, affiancati ai turchi. Nel 1993 Aslan è stato catturato dai soldati iraniani, in corrispondenza della festa del Ramadan, ed è rimasto in una prigione iraniana fino al 1994, nel buio di un bunker sottoposto a una dolente tensione psicologica, minacciato quotidianamente di morte. Nell’ultima settimana di prigionia iraniana, ormai pronto a darsi la morte, ha ricevuto la grazia di una piccola luce rossa e di una tv dalla quale poteva seguire esclusivamente trasmissioni religiose. Hikmet non è stato ucciso perché poteva essere utile in uno scambio di prigionieri. Nel 1994 è stato trasferito in Turchia dove è rimasto per 45 giorni nel centro di tortura di Van (nel centro la scritta <<Dio non c’è, Maometto è in ferie>>), sottoposto a ogni tipo di tortura per estorcergli una confessione che non poteva arrivare, non solo per la sua innocenza ma anche per la perdita della memoria causata dalla prigionia iraniana. Poi è passato nel carcere di Van, dove è rimasto 3 mesi. Trasferito nel carcere di Dyarbakir, Aslan è stato rilasciato solo nel 1996. Da qui ha inizio il servizio militare forzato previsto dalla Turchia e durato fino alla fine del 1997. L’anno dopo Aslan si è sposato ma ha iniziato a ricevere delle minacce turche: non avrebbe mai potuto avere una “vita normale” nella sua terra. È stato costretto a scegliere tra tornare a combattere con il PKK e rischiare di perdere la vita brutalmente oppure diventare una spia per lo stato turco. È stato così che Aslan ha deciso di abbandonare la sua terra e ricostruire una vita in Italia con la sua amata moglie.

M – Quali sono i più importanti partiti kurdi e quali i loro obiettivi?

A – I partiti kurdi sono tantissimi. Da 100 anni a questa parte molti partiti hanno avuto vita breve. Tuttavia da circa 70 anni esiste il partito di Mustafa Barzani, un capo tribù, nato in Iraq. In origine attirava molti kurdi che speravano di poter difendere i propri diritti attraverso il partito combattendo contro lo stato iracheno. Ben presto i kurdi si sono resi conto che il partito, denominato KDP (Partito Democratico del Kurdistan), aveva molti elementi estremisti che si sono rafforzati con la guerra del Golfo che gli ha permesso di arricchirsi senza prestare attenzione alle necessità del popolo. Da allora molti kurdi hanno preso le distanze dal KDP.  Dalla scissione del KDP è nato nel 1975 lo YNK di Calal Talebani. I due partiti hanno relazioni conflittuali e ognuno di essi controlla la propria fazione di peshmerga. Dagli anni ’70 opera anche il PKK, l’unico partito che ha messo in pratica i propri obiettivi, primo fra tutti l’uguaglianza.

M – Tra i partiti kurdi intercorrono buoni rapporti?

A – No. Dal ’91 al ‘93 la Turchia ha screditato in ogni modo il PKK garantendo una ricompensa in denaro a chi catturasse e uccidesse un guerrigliero di questo partito e ciò ha alimentato il conflitto tra PKK e KDP. Nel ’95 i due partiti maggiori hanno raggiunto un temporaneo accordo.

M – Quali sono gli obiettivi del PKK?

A – Difendere il popolo, promuovere la democrazia e l’uguaglianza, ridistribuire le ricchezze a tutto il popolo, garantire la trasparenza delle persone al potere, combattere il razzismo, rispettare il valore della donna.

M – Non a caso Ocalan ritiene che la liberazione del popolo kurdo non può prescindere dalla liberazione della donna nella società.

A – Certo. Una volta quando Ocalan tornava dall’università ha incontrato una donna che veniva picchiata dal marito. Guardandola negli occhi ha capito che questa donna lo stava implorando di salvarla. Da quel momento al centro del pensiero di Ocalan ci sono le donne. Ocalan ha rivisto la concezione marxista-leninista del suo partito che a tratti appariva troppo rigida, così come potrebbero essere il capitalismo e la religione. Secondo Ocalan si deve essere abbastanza critici e coraggiosi da rifiutare le cose sbagliate di certe visioni del mondo.

M – Chi fornisce le armi al PKK?

A – La scelta iniziale del PKK era quella di non prendere le armi. Negli anni ‘80 in Turchia c’è stato un colpo di stato. Tutti coloro che erano contro il regime sono stati ammazzati. Migliaia di persone sono state torturate e uccise. Così i kurdi sono scappati. Tre persone hanno comprato un fucile e una pistola, sono andati in Libano. Pian piano il gruppo si è allargato e ha iniziato a farsi conoscere recandosi casa per casa e spiegando alla popolazione come i diritti dei kurdi venivano calpestati. La gente ha espresso sempre più fiducia per il neonato gruppo tanto che ha iniziato a fornirgli soldi e armi risalenti alla seconda guerra mondiale.

M – Quali fazioni kurde combattono contro l’Isis e quali gli stringono la mano?

A – Prima dell’Isis ha preso piede Al Nusra, un gruppo terroristico legato a Al Qaeda, aiutato fino a due anni fa dagli europei e soprattutto dai francesi, e presentato al mondo come un gruppo ribelli ma in realtà ideatore di orribili crimini come quello di tagliare la testa ai prigionieri. Anche gli americani hanno alimentato delle fazioni terroriste per creare disordine nella regione in funzione anti  Iran e anti Russia. Tra queste fazioni era presente quella del KDP che vendeva armi e petrolio alla Turchia che poi li rivendeva all’Europa. Il KDP è lo stesso che ha consegnato la città di Shangal, a maggioranza yazida, nelle mani dell’Isis sequestrando tutte le armi della popolazione. Il PKK aveva segnalato il pericolo dell’Isis ma il KDP aveva promesso di proteggere la città, ma questo non è successo. Conoscendo l’inaffidabilità del KDP il PKK ha mandato 20 propri combattenti nella città per difenderla dall’Isis. Di questi solo 6 sono sfuggiti all’arresto. Tuttavia anche in pochi sono riusciti a salvare 200000 persone.

M – Come è possibile dato il così basso numero si persone impegnate?

A – La forza del PKK non è quella delle armi, ma dell’intelligenza e dell’organizzazione che possono far crollare anche una montagna. Il PKK riesce a combattere anche senza armi grazie al sostegno del popolo.

M – I membri del PKK sono considerati terroristi da alcuni, in Turchia e in Europa. Quanto è fondata questa accusa?

A – Il PKK è stato inserito nella lista dei partiti terroristi degli Stati Uniti dopo gli attentati del 2001 ma finora il PKK non è mai stato terrorista, nonostante la situazione di guerra. In realtà questa etichetta è stata data perché la Turchia fa parte della Nato e chiedeva da tanti anni che il PKK fosse inserito tra le organizzazioni terroristiche ed è alleata degli Stati Uniti che utilizzano delle basi in Turchia per combattere contro Iraq e Afghanistan. Tuttavia gli Stati Uniti non combattono contro i kurdi. Perché? La risposta è chiara, non si tratta di terroristi.

M – Tra i partiti kurdi esistono i separatisti?

A – I separatisti ci sono. A volte si tratta di una scelta obbligata, se sei un kurdo ti buttano fuori e questo fa scattare il desiderio di separatismo. Il PKK prima del 1995 chiedeva un Kurdistan indipendente, ma da quell’anno l’obiettivo è cambiato. Ora si chiede che vengano riconosciuti i diritti e l’identità dei kurdi all’interno del paese in cui essi vivono.

M – Qual è la differenza tra peshmerga e YPG?

A – I peshmerga vengono pagati e combattono per un capo, le YPG sono forze volontarie che combattono per l’uguaglianza tra tutti i popoli del posto. Nel Kurdistan iracheno esistono due “eserciti” di peshmerga, una legata al KDP e l’altra all’ YNK. Inoltre in molte zone del Kurdistan le donne vivono ancora situazioni di grande disparità e sofferenza, migliaia sono le donne uccise ogni anno senza che venga individuato un colpevole. L’accesso delle donne tra i peshmerga non è difficile quanto entrare nel mondo della politica dove la libertà di pensiero è limitata. Le donne che entrano a far parte delle YPG invece, sono libere di esprimere le proprie idee e di entrare grazie a esse nel mondo della politica.

M – Qual è il trattamento che i turchi riservano ai kurdi?

A – Ti dico solo questo per farti capire tutto: c’è una città che si chiama Gzir, una città molto importante per l’umanità, si trova sotto al monte dove si dice sia stata l’Arca di Noè e porta il nome del figlio di Noè. In questa città c’è una piazza. Nel 1992 i kurdi sono stati costretti ad andare in piazza per mangiare le feci. È una cosa che ho visto personalmente, la gente del mio paese è stata costretta ad uscire dalle case e a fare una marcia di 40 km durante i quali veniva picchiata, per arrivare in questa piazza. Uomini, donne, bambini. Sono stati imprigionati per una notte senza motivo. I kurdi vengono torturati anche senza motivo. In Turchia si è costretti a nascondere la propria identità kurda altrimenti si viene accusati di terrorismo con terribili conseguenze.

M – Esistono dei collegamenti tra l’attentato di Suruç e i raid aerei turchi nel Kurdistan?

A – Certo. Dal 2013 tra Turchia e PKK si è instaurato un processo di pace solo formale. Sia il PKK sia la Turchia hanno infranto gli accordi: il primo portando dei guerriglieri fuori dalla Turchia, la seconda  impedendo da ormai quattro mesi qualsiasi dialogo con Ocalan. La Turchia chiede insistentemente al PKK di lasciare le armi. Quest’ultimo però è consapevole del pericolo insito in questa richiesta: significherebbe una resa, i kurdi sarebbero arrestati e/o ammazzati. Ocalan aveva chiesto che un gruppo di intellettuali seguissero il processo di pace, la Turchia ha rifiutato perché non avrebbe potuto manipolare la questione. I giovani turchi volevano andare a Kobane con lo slogan “Insieme abbiamo difeso Kobane, insieme ricostruiremo Kobane”. Si dice che siano morti per mano dell’Isis. In realtà dietro all’attentato c’è in partito di Erdogan. Erdogan ha perso le elezioni e sta mettendo in pratica i progetti di distruzioni annunciati in caso di perdita del potere. La guerra è pensata per impedire la perdita di potere attraverso le votazioni (alle ultime votazioni i kurdi hanno guadagnato potere). E in questa guerra Turchia e capi dell’Isis sono alleati, la Turchia fornisce le armi all’Isis. Un esempio di ciò è il traffico di armi che secondo la Turchia erano dirette ai turkmeni  ma che questi ultimi non hanno mai chiesto o comprato. Questo fa pensare: queste armi dove andavano?

M – Qual è stata la reazione della comunità internazionale all’incursione turca in Kurdistan?

A – La Nato si è riunita su richiesta della Turchia che vuole costruire una zona cuscinetto in Siria. La Nato non ha dato l’ok. Ecco perché la Turchia ha bisogno che avvengano degli attentati contro i Turchi per giustificare i suoi progetti, giustificando la cosa come difesa. Il giorno dopo l’attentato di Suruç, “casualmente”, è stato ucciso un soldato turco. La Turchia quindi ha potuto agire nella zona del Kurdistan giustificando la sua posizione come difensiva nei confronti dell’Isis. In realtà la Turchia attacca i kurdi.

M – Esistono delle soluzioni pacifiche per il conflitto in atto?

A – Le soluzioni esistono sempre. È difficile giungere alla pace e ci vogliono atti di coraggio: entrambe le parti devono assumersi le proprie responsabilità e chiedere scusa ai familiari delle vittime. La soluzione è in mano a Europa e Stati Uniti: se loro vogliono la guerra può finire subito.

M – Fino a quando ci sarà Erdogan sarà possibile costruire la pace?

A – Erdogan è in discesa. Ha perso potere alle elezioni del 7 giugno e non riesce ad accettarlo. Ecco perché crea la guerra: non vuole perdere potere. Ha minacciato televisioni, intellettuali e giornalisti che si occupavano del processo di pace coi kurdi e che lanciavano segnali positivi. Fino a quando ci sarà lui sarà difficile arrivare alla pace. Ma in tutto questo c’è un segnale positivo: il PKK userà le armi solo per difendersi per dare un segnale di cambiamento e fermare la strategia di Erdogan.

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Articolo pubblicato in media partnership con Affariglobali.it

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