L’onda lunga delle primavere arabe in Egitto

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asianews.it

Nel paese più popoloso del mondo arabo appare sempre più vero il motto del Gattopardo “bisogna che tutto cambi perché tutto resti com’è”. Dopo il collasso del regime dittatoriale sclerotizzato pluridecennale di Mubarak, l’onda lunga delle primavere arabe ha portato un terremoto politico e successive scosse di assestamento dopo anni in cui la stabilità del regime era sempre prevalsa sull’opzione democratica. Di fronte a una società sempre più polarizzata che chiedeva a gran voce libertà e giustizia sociale durante la più grave crisi economico-finanziaria, l’onnipresente macchina militare del Consiglio Supremo delle Forze Armate, una costante della storia egiziana che ripete il suo corso più volte, ha scritto il capitolo della turbolenta transizione post-Mubarak con un governo ad interim, ha consentito l’ingresso dell’Islam politico dei Fratelli Musulmani di Morsi, primo presidente democraticamente eletto e poi lo ha abbandonato senza troppe cerimonie con il golpe del 3 Luglio 2014. La delusione per le mancate soluzioni alle sfide post-primavere –conciliare l’anima islamica con le minoranze cristiane copte, ridurre le disuguaglianze sociali, dare più occupazione- era aumentata quando la nuova Costituzione conferiva poteri assoluti al presidente a scapito dell’esercito e della magistratura. Le stesse Forze Armate -che fino al giorno prima difendevano Morsi reprimendo duramente le rivolte di giovani egiziani stanchi dell’immobilismo politico e dei vizi autoritari di chi li governava- lo hanno esautorato convinti che fosse l’unico modo per far uscire il paese dall’autunno politico.

Nel maggio 2014 le elezioni plebiscitarie hanno confermato il trionfo dei militari: l’ex capo delle Forze Armate e Ministro della Difesa del governo Morsi Abdel Fattah al-Sisi è stato eletto nuovo “restauratore dell’ordine”[1]. Da allora, è iniziata una dura repressione contro i Fratelli Musulmani, colpevoli di non aver saputo giocarsi bene le loro carte, dichiarati “un’organizzazione terroristica” dopo numerosi attentati nel dicembre 2013 e in cerca della protezione di Ankara, con cui si è aperta una crisi diplomatica per l’ospitalità concessa ai membri del movimento islamista. La macchina militare è tornata in azione con arresti, processi per direttissima e condanne a morte di tutti gli oppositori -soprattutto i sostenitori pro-Morsi- in nome della stabilità e della lotta al terrorismo.

Al-Sisi, “l’uomo forte d’Egitto” sogna per il suo paese una “rivoluzione per la libertà e la giustizia sociale”[2]. Tuttavia, deve fare i conti con diverse minacce alla sua sicurezza nazionale: tribù beduine e gruppi terroristici radicalizzati infiltrati in Sinai, come Ansar Bayt al Maqdis e Muhammad Shura Council sono insorti e hanno attaccato gli avamposti militari dove poliziotti e soldati egiziani pagano il presidio dei confini con la loro vita. A questo si aggiungono una forte instabilità lungo il confine sudanese e libico, nella vicina Gaza e infiltrazioni jihadiste dello Stato Islamico, che ha rivendicato l’attentato al consolato italiano del mese scorso. Per questo, il presidente egiziano ha invocato una solidarietà panaraba con Kuwait, Arabia Saudita, Emirati e Giordania per estirpare questo cancro dalla regione[3]. Le monarchie arabe del Golfo si sono dimostrate ottimi alleati che si sostengono reciprocamente nel quadro regionale: hanno offerto cifre stratosferiche per la stabilizzazione politica ed economica dell’Egitto e investito miliardi di dollari nelle infrastrutture. Per il suo rinnovato ruolo in prima linea contro gli estremisti, il Cairo è stato colpito al cuore delle istituzioni con l’attentato al procuratore Hisham Barakat che si occupava dei processi per direttissima –legittimati da una legge anti terrorismo che li velocizza[4]– contro i “nemici dello Stato”, ovvero jihadisti, Fratelli Musulmani ed estremisti. Inoltre, nel marzo di quest’anno, in un discorso fermo l’ex generale al-Sisi ha annunciato una “rivoluzione religiosa” di fronte ai vertici religiosi del prestigioso centro teologico sunnita, l’Università di al-Azhar, auspicando una riforma che sradichi il fanatismo e ponga fine a cattive rappresentazioni o interpretazioni dell’Islam che invece è tolleranza, moderazione, libertà di scelta e accettazione del diverso, minoranze comprese[5].

Sul piano regionale, l’Egitto ha recuperato la sua leadership nel mondo arabo, rivelandosi in molti casi l’ago della bilancia degli equilibri mediorientali. Non è passato inosservata la sua mediazione nei conflitti interarabi come quello arabo-israeliano tra Hamas e Israele e la sua centralità nella Lega Araba. Sul piano internazionale, nonostante le critiche denunciate da Human Rights Watch per il mancato rispetto dei diritti umani, per la poca libertà di stampa e di espressione (come il processo ai tre giornalisti di al Jazeera), l’Egitto è ritornato in auge come arbitro della sicurezza mediorientale grazie al suo attivismo nelle relazioni internazionali. In questo modo ha guadagnato fiducia e sostegno di alleati tradizionali –Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait e internazionali –Cina e Russia dopo il raffreddamento delle relazioni con gli Stati Uniti che avevano scelto Morsi come interlocutore affidabile e privilegiato. Al contrario, sempre più avversa la relazione personale con Erdogan che accusa al-Sisi di essere “un tiranno illegittimo”, in linea con chi ritiene che l’ex generale sia un dittatore mascherato tanto quanto i suoi predecessori.

Come in passato, oggi tutto è cambiato perché niente cambi: l’esercito è giudice dell’intero sistema politico ed economico[6], responsabile “morale” che interviene in situazioni di emergenza per gestire il potere fino alla stabilità e fautore del rilancio di grandi opere infrastrutturali come il raddoppio del Canale di Suez inaugurato lo scorso 6 agosto, realizzato in tempi record grazie a finanziamenti sauditi, cinesi e russi. Questo potenziamento delle rotte commerciali tra Europa e Asia la dice lunga sull’assertività e la determinazione nel tornare ad essere padroni della congiuntura tra Mediterraneo e Mar Rosso, garanti della sicurezza regionale e punto di riferimento per i grandi attori del sistema internazionale.

Note:

[1] Egitto- Atlante Geopolitico Treccani 2015, (http://www.treccani.it/enciclopedia/egitto_%28Atlante_Geopolitico%29/).

[2] Egypt under Sisi, (http://www.ft.com/indepth/egypt-under-sisi).

[3] Holly Yan, Egypt’s President: it’s time for an arab coalition against ISIS, 23 february, (http://edition.cnn.com/2015/02/23/middleeast/isis-crisis/).

[4] Egypt’s Sisi vows tougher laws after prosecutor’s killing, 30 june 2015, (http://www.bbc.com/news/world-middle-east-33335504).

[5] Egyptian president Sisi Fox News Interview, 9th March 2015, (www.youtube.com/watch?v=nR3bB1waST0).

[6] Shana Marshall, Egypt and the remaking of an economic empire, 15 april 2015, (http://carnegie-mec.org/2015/04/15/egyptian-armed-forces-and-remaking-of-economic-empire).

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