Attentato a Bangkok

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Lo scorso 17 agosto, alle 18.55 ora locale, è esploso un ordigno nel cuore commerciale della città di Bangkok, nei pressi del tempio indù di Erawan, provocando l’uccisione di 22 persone e circa 123 feriti. Neanche 24 ore dopo si è verificato un secondo attacco, quando una granata è stata lanciata sul molo di Sathorn, ma essendo fortunatamente caduta in acqua non ha provocato né vittime né danni.

Immediato è stato il rafforzamento della sicurezza in tutta la nazione, in particolar modo nei luoghi di interesse pubblico, quali servizi BTS Skytrain e MRT, autobus e treni. Incrementato è stato anche il numero di agenti di pattuglia per le strade, sia a piedi che con posti di blocco, soprattutto nelle località turistiche.

Ad oggi l’attentato del 17 agosto non è ancora stato rivendicato e le ipotesi sulla responsabilità stentano ad uscire dall’impasse di congetture e speculazioni a fronte di una struttura del potere tradizionalmente opaca.

Il 22 maggio del 2014 un colpo di stato militare ha deposto il primo ministro, Yingluck Shinawatra, e la giunta militare governa da allora il Paese. A seguito dell’attacco di metà agosto, le recriminazioni reciproche tra i fedeli all’ex premier, le c.d. “camicie rosse”, e i sostenitori del generale Prayuth Chan-ochan sono state pressoché inevitabili.

Tra le piste seguite vi è stata quella che legherebbe i fatti di Bangkok ai separatisti islamici, che operano nel sud del Paese, ma non avendo mai provocato incidenti tanto brutali in passato non appare realistico che abbiano agito compiendo un atto di tale portata. Si potrebbe anche abbozzare l’ipotesi iconoclasta, data la vicinanza dell’episodio all’altare di Erawan, che ricollegherebbe l’attentato al terrorismo internazionale di stampo islamista. Tuttavia detta ipotesi è stata presto smentita dalle autorità thailandesi, nonostante abbiano comunque chiesto l’aiuto dell’Interpol per rintracciare l’unico sospettato di cui avevano l’identikit.

La pista che per il momento sembra essere maggiormente suffragata è quella che attribuirebbe l’esplosione della bomba a esponenti della minoranza Uigura. Gli appartenenti a questa etnia, di religione musulmana e di ceppo linguistico turco, sono da decenni discriminati sistematicamente nella regione cinese dello Xinjiang. Agli inizi di luglio il governo militare thailandese, di comune accordo con l’omonimo di Pechino, avrebbe deportato in Cina 109 uomini appartenenti a questa minoranza, dopo averli accusati di favorire il terrorismo che colpisce il Paese. Ciò non solo ha infuriato la diaspora Uigura, ma ha anche causato disordini presso il consolato thailandese a Istanbul.

La tesi della minoranza Uigura sarebbe avvalorata in particolare dalla cattura di uno degli attentatori, Adem Karadag, ventottenne di nazionalità turca, avvenuta lo scorso 29 agosto. Difatti, qualora il suo coinvolgimento fosse confermato, la pista della minoranza turcofona degli Uigura diventerebbe automaticamente la più accreditata per spiegare la matrice dell’attacco. L’attentato potrebbe aver rappresentato il tentativo della minoranza Uigura di punire sia la Thailandia che la Cina, dal momento che il tempio di Erawan è notoriamente visitato da migliaia di turisti cinesi ogni giorno.

Peraltro, l’eventualità che il destinatario dell’attacco fossero proprio i turisti è stata avanzata dallo stesso governo thailandese, nella voce del Ministro della Difesa Prawit Wongsuwan, che sin dai primi momenti successivi all’attentato denunciò le conseguenze che il colpo inferto avrebbe avuto sull’economia e sul turismo dell’intero Paese.

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