La Grecia al voto è un’incognita

wikimedia

wikimedia

Dopo le dimissioni del primo ministro Alexis Tripras[1], avvenute successivamente la firma del programma di austerità concordato con le autorità europee, la Grecia si avvicina nuovamente alle elezioni in poco meno di un anno. Tsipras annunciò le dimissioni per cercare di avere un maggioranza più stabile dopo la frattura che era occorsa tra le fila del suo partito, Syriza, proprio a causa della firma del memorandum. Difatti, dopo il referendum svolto secondo la volontà del leader di Syriza che ha chiamato il popolo greco ad esprimersi sull’accettazione o meno del Memorandum proposto dalla cosiddetta troika, Tsipras non ha del tutto mantenuto gli accordi con l’elettorato che sono emersi dopo lo spoglio delle schede referendarie. Con un’alta percentuale di “no”[2] Tsipras non ha firmato l’accordo oggetto di referendum, ma ne ha firmato uno che è apparso ancora più duro con la Grecia. Una prova di forza di Bruxelles[3] che è riuscita a cogliere il momento di debolezza politica di Tsipras, deficitario del suo Ministro delle Finanze Yaroufakis, e senza un reale piano alternativo dopo che i risultati del referendum erano sanciti. Per qualche giorno, a seguito del referendum, lo scenario geopolitico era molto instabile a causa della possibilità del Grexit, ossia l’uscita della Grecia dall’euro, ma tutto è rientrato a seguito dell’accordo trovato dalle parti. Se la stabilità geopolitica è rientrata, le dimissioni e le successive evoluzioni potrebbero rimettere in gioco molte vertenze in secondo piano rispetto al Grexit e all’instabilità causata da un possibile effetto domino dell’uscita della Grecia dalla moneta unica.

Figura 1: fonte www.termometropolitico.it

Figura 1: fonte www.termometropolitico.it

In poco meno di un anno Tsipras, secondo quanto riporta il portale Termometro Politico, ha perso gran parte del suo consenso e, negli ultimi giorni, Syriza sarebbe stata scavalcata dal partito d’opposizione Nea Dimokratia (ND), un partito fortemente europeista e conservatore. La scissione di una parte del gruppo parlamentare di Syriza ha portato certamente una dispersione di voti per quanto riguarda la sinistra e il centro-sinistra, come rappresentato nell’infografica a cura di Termometro Politico, ma Nea Dimokratia, ritenuta la causa di molti, ma non tutti, mali del Paese, potrebbe ritornare in sella al Paese comportando un cambiamento in politica estera, in particolare con la frontiera settentrionale condivisa con la Repubblica di Macedonia e la questione ancora aperta con la Turchia riguardante Cipro. Seppur è presto per cercare di trarre delle conclusioni dal momento che i dati sono soggetti a grandi variazioni, è possibile fare una previsione nel caso fossero attinenti alla realtà: non mancherà tuttavia un approfondimento post elettorale per analizzare, a urne chiuse, quali sfide geopolitiche si prospetteranno per la Grecia.

Un’eventuale vittoria di Nea Dimokratia sarebbe deleteria per cercare di risolvere l’annosa “questione del nome” con la Macedonia. Se Tsipras era apparso a molti come un possibile leader capace di risolvere la questione[4], dando legittimità al nome “Repubblica di Macedonia” e cancellando definitivamente il l’acronimo F.Y.R.O.M.[5], ciò si è rivelata solamente una supposizione errata data dal progressismo mostrato in campagna elettorale dalla formazione politica. Difatti, il mancato raggiungimento della maggioranza assoluta dei seggi nel Parlamento ha costretto la formazione Syriza a trovare un interlocutore con il quale formare un governo che potesse essere stabile: dopo il rifiuto dei comunisti greci (KKE) a causa della visione differente in merito all’Europa – i quali chiedevano la certezza dell’abbandono della moneta unica e dell’Unione – Tsipras è sceso a patti con l’altro politico antiausterità e antieuropeo, i Greci Indipendentisti (ANEL). In sede di formazione del governo questi hanno ricevuto il Ministero della Difesa, facendo sì che la loro visione geopolitica fosse egemone rispetto a quella di Syriza. Per quanto riguarda la Macedonia, e anche Cipro, Syriza era intenzionata a una risoluzione pacifica delle vertenze: se questo tuttavia non significa la certezza di una conclusione positiva delle questioni internazionali che da anni occupano l’agenda estera greca, vi erano nondimeno delle trattative e dei passi in avanti era possibile farlo. Il programma di ANEL, che in politica estera ha avuto un predominio assoluto, era tuttavia contrario a qualsiasi volontà di Syriza. Se quest’ultima, oltre alle già citate questioni, era intenzionata alla rottura di qualsiasi collaborazione militare con Israele, lavorando per il riconoscimento e la formazione di un solido Stato palestinese, il Ministro della Difesa e leader di ANEL Panos Kammenos è volato a Tel Aviv il 19 luglio e ha firmato con il suo omologo Moshe Ya’alon un accordo di cooperazione militare[6]. L’accoppiata Syriza-ANEL era quindi impossibilitata nel tentare di risolvere le due spinose, per la Grecia e i diretti interessati, questioni di politica estera.

Lo scenario però potrebbe cambiare non solo per cause engodene, ma anche esogene. L’ex Ministro degli Esteri Nikos Kotzias aveva infatti affermato il 10 giugno 2015 all’Università di Oxford che la soluzione, nel futuro prossimo, della “questione del nome” con la Macedonia non era possibile a causa del fatto che Skopje mantenesse una linea politica aggressiva e sciovinista[7], per la realizzazione di una Grande Macedonia con lo sviluppo di un forte sentimento irredentista, legato probabilmente alla continua realizzazione del piano edilizio denominato “Skopje 2014” e alle politiche portate avanti da Gruevski. Il dubbio sul futuro delle relazioni bilaterali tra Macedonia e Grecia, al di là delle dichiarazioni di Kotzias dal momento che ha effettuato un lungo tour dei Balcani, visitando la stessa Skopje[8] esprimendo fiducia per una soluzione del problema, emerge dal fatto che Tsipras – al contrario della sua volontà di costruire una maggioranza forte in Parlamento – avrà a che fare con almeno due forze politiche con cui condividere l’onere di guidare il Paese in caso di elezione e pochi sono concordi a sviluppare una politica estera attiva nei confronti delle varie questioni geopolitiche che colpiscono la Grecia. Un’eventuale sconfitta di Tsipras invece garantirebbe il congelamento di ogni passo avanti fatto, se di questo si può effettivamente parlare, visto che i membri di Nea Dimokratia si sono sempre contrapposti a un riconoscimento formale della Macedonia se non esclusivamente con l’acronimo F.Y.R.O.M.

La Macedonia di certo non aiuta per un miglioramento dei rapporti bilaterali. A seguito della grave emergenza migranti che sta colpendo i Balcani – secondo l’Agenzia europea Frontex da inizio dell’anno sono transitati 102.342 migranti nella penisola[9] – e il confine greco-macedone è uno dei più critici. A seguito dell’incremento del numero dei rifugiati ammassati sulla frontiera tra i due Paesi, Nikola Poposki – Ministro degli Esteri macedone – non ha escluso la possibilità di imitare il governo ungherese di Fidesz, guidato dal conservatore Viktor Orbàn, ed erigere un muro a “protezione” dei propri confini. Secondo infatti l’esecutivo di Skopje, la Grecia non starebbe controllando a dovere le proprie frontiere e la Macedonia non sarebbe in grado di gestire il solo passaggio – giacché è un Paese di transizione nella Western Balkan Route – di 6.000 migranti al giorno[10].

L’incognita per la Grecia risiede nel capire quale partito politico vincerà le elezioni, seppur con una maggioranza relativa, e con chi comporrà la propria squadra di governo: la vittoria del centrodestra conservatore impedirà ogni progresso per quanto riguarda le questioni irrisolte di politica estera presenti ancora sull’agenda politica mentre, nel caso di vittoria di Syriza, le alleanze saranno fondamentali. Infatti, ANEL imporrebbe nuovamente la propria visione di politica estera e un’alleanza con la nuova formazione politica di Unione Popolare è estremamente improbabile, essendo composta proprio dai fuoriusciti da Syriza; rimarrebbe nuovamente il KKE come partito che potrebbe supportare la visione politica di Syriza, anche se non sembra d’accordo su alcuni punti ritenuti fondamentali dal Partito Comunista di Grecia. Gli attori politici con i quali può legarsi Syriza in caso di vittoria sono pochi, e sono ancora meno quelli con cui può formare un governo: data la vicinanza di percentuali, a meno di uno stravolgimento politico, la Grecia potrebbe paralizzarsi completamente dal punto di vista interno, riflettendosi quindi su tutta la regione. Non resta che attendere il 20 settembre.

Note:

[1] «Grecia, premier Tsipras si dimette: “Ora voglio mandato forte”. Elezioni il 20 settembre», Il Fatto Quotidiano, www.ilfattoquotidiano.it, 20/08/2015.

[2] «Referendum Grecia, vince il ‘no’. Tsipras: “Democrazia non può essere ricattata”», La Repubblica, www.repubblica.it, 05/07/2015.

[3] Germano Dottori, «Giochi proibiti sulla pelle dei greci», Limes, 7/2015, pp. 165-171

[4] E. Corradi, «L’irrisolta disputa greco-macedone: Tsipras non è la soluzione», Geopolitical Review, www.geopoliticalreview.org, 13/08/2015.

[5] Former Yugoslav Republic of Macedonia, deciso nel 1995 dall’ONU in occasione dell’ingresso della Macedonia nelle Nazioni Unite.

[6] Manlio Dinucci, «Il patto militare Grecia-Israele», Il Manifesto, www.ilmanifesto.it, 28/07/2015.

[7] Nikos Kotzias, «Il nostro obiettivo principale è strappare i greci alla povertà», Limes, 7/2015, p. 93.

[8] Davide Denti, «GRECIA: la nuova politica estera balcanica di Alexis Tsipras», East Journal, www.eastjournal.net, 31/08/2015.

[9] http://frontex.europa.eu/trends-and-routes/migratory-routes-map/

[10] Sinisa Jakov Marusic, «Macedonia Mulls Hungarian-Style Border Fence», BalkanInsight, www.balkaninsight.com, 10/09/2015.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.