Luci e ombre su Tunisi tra democrazia e terrorismo

An armed soldier on the beach at Sousse Photo: WARREN ALLOTT FOR THE TELEGRAPH

An armed soldier on the beach at Sousse Photo: WARREN ALLOTT FOR THE TELEGRAPH

Nel 2015 non è mai calato il sipario sulla Tunisia: due attentati in tre mesi (al Museo del Bardo e al Riu Imperial Marhaba di Sousse) hanno colpito l’economia nazionale facendo strage di turisti occidentali. Simbolo della Primavera Araba, Tunisi è l’unica ad aver avuto una transizione democratica abbastanza lineare nell’era post Ben Ali, basata su una cultura di consenso e compromesso tra laici, islamisti e liberali. Tuttavia, si è rivelato un “miracolo politico” fragile nell’affrontare questioni sociali ed economiche di lunga data –come la contestata riforma della Costituzione ambigua in più punti, diventando un terreno fertile per i terroristi che intendono destabilizzare la ritrovata unità nazionale mettendo in pericolo la democrazia.

Il premier Habib Essid è stato incapace dare risposte a disoccupazione, povertà, miglioramento delle condizioni di vita e mancanza di opportunità per i giovani e altrettanto titubante a prendere decisioni su temi controversi quali la separazione tra stato e religione o la parità di genere. Il malcontento popolare è sfociato in manifestazioni come quella del 12-13 settembre scorso che chiedeva “giustizia e trasparenza, non perdono per un’elite corrotta”: si contestava un decreto che condona la pena a politici corrotti previa la confessione e la restituzione del denaro. Proprio tra i più poveri, tra i disoccupati e i giovani senza speranze per il futuro e persino nelle carceri, a contatto con i proseliti dei jihadisti prigionieri, le parole degli estremisti radicali hanno avuto più presa. Molti di loro sono convinti che solo con la violenza si possa riscattare la propria dignità e “purificare il paese” in nome dell’islam.

Tra le nuove sfide alla sicurezza, che minacciano l’intero territorio, Tunisi è vulnerabile ed esposta agli eventi in Libia e lo Stato Islamico è alle porte. È stato esteso lo stato di emergenza fino al 2 ottobre: nonostante l’innalzamento delle misure di sicurezza (da marzo sono stati sventati almeno altri 15 attacchi), occorre rimanere vigili. Nella capitale è molto alto il rischio di autobombe e sono possibili chiusure improvvise delle vie centrali per allarmi di un attacco imminente a edifici governativi o ambasciate straniere. Lungo il confine algerino (Monte Chaambi e regione di Kasserine) è attivo Ansar Al-Sharia, gruppo terroristico salafita che è passato dall’offerta di aiuti umanitari ai più disagiati a azioni violente per imporre le norme religiose, predicando “dawa at home, jihad abroad”. Nella stessa area è presente un’altra cellula affiliata ad al Qaeda in Maghreb, Oqba Ibn Nafaa, il cui leader è stato ucciso due mesi fa. Al poroso confine libico non mancano attività di contrabbando, traffico di armi, infiltrazioni jihadiste e flussi di giovani tunisini che continuano a raggiungere i campi di addestramento libici, come il 23enne autore della strage a Sousse, Safeiddine Rezgui. Il Ministro dell’Interno Mohamed Najem Gharsalli di recente ha annunciato la costruzione di un muro difensivo di 220 km al confine con la Libia per ragioni di sicurezza nazionale. Infine, il piccolo stato mediterraneo è quello che ha maggiormente contribuito alla partecipazione nel conflitto siriano. in termini di militanti jihadisti. È quindi atteso un progressivo ritorno di 3000 foreign fighters, imbevuti di iper-radicalismo e pronti a colpire istituzioni di cultura, forze di sicurezza, soldati e turisti. Tra gennaio e luglio 2015, per evitare il ripetersi di altri clamorosi attentati si sono registrati 100 mila arresti di sospetti terroristi.

Per contrastare il terrorismo, la radicalizzazione giovanile e porre fine al clima di tensioni e paura, è stata perseguita un’agenda multivettoriale di misure di counter-terrorism: chiusura di 80 moschee, monitoraggio dei luoghi di culto dove alcuni predicatori influenti potrebbero incitare alla violenza, registrazione di tutti gli imam, una legge antiterrorismo che introduce la pena di morte per i terroristi, programmi di rieducazione nelle carceri, insegnamenti sul vero significato di jihad. Invece, rimane proibito discutere di temi politici nelle scuole o in famiglia. In più, in questi giorni Noomen Fehri, il Ministro delle Tecnologie e dell’Economia Digitale, sta monitorando più di 1000 account sui social network appartenenti a membri della galassia di movimenti jihadisti. Questa azione è parte integrante della lotta al cyberterrorismo per identificare i possessori, bloccare i profili di chi spinge alle stragi e provvedere all’arresto. Comunque, secondo alcuni analisti le autorità tunisine faticano a fronteggiare l’avanzata jihadista anche a causa della frammentazione e delle falle nell’apparato di sicurezza: Guardia Nazionale, Polizia, Sicurezza, Nazionale e Difesa dei civili finora hanno reagito agli eventi con soluzioni ad hoc senza essere in grado di dominarli o di prevenirli. Per questo si auspica una riforma all’interno forze di sicurezza che possa ridare integrità, ordine e coordinamento.

Sull’altra sponda del Mediterraneo, a poche miglia dalle coste italiane si sta scrivendo la storia del popolo tunisino che, con pazienza e con coraggio, non ha mai smesso di lottare per la libertà, la giustizia e un futuro migliore per i propri figli. L’Unione Europea e le Nazioni Unite hanno fornito il proprio sostegno al governo con un programma di “deradicalizzazione” in collaborazione con organizzazioni non governative e società civile consapevoli che Tunisi non potrà sconfiggere la minaccia terrorista solo con le proprie forze.

 

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