L’onore del Nobel per il quartetto, l’onere per la Tunisia

www.telegraph.co.uk

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Nella giornata di venerdì 9 ottobre 2015, la presidente del comitato norvegese per il Nobel, Kaci Kullman Five (prima donna a ricoprire questo incarico) ha annunciato che il 10 dicembre prossimo a Oslo, il Premio Nobel per la pace verrà consegnato al “Quartet du Dialogue National”.

Il riconoscimento gli è stato assegnato per “il suo contributo decisivo nella costruzione di una democrazia pluralistica in Tunisia dopo la Rivoluzione dei Gelsomini del 2011”.

Il quartetto tunisino, a sorpresa, ha sbaragliato la concorrenza degli altri candidati visto che bookmakers e12308739253_f11096e120_b addetti ai lavori indicavano come favoriti, tra gli altri, Angela Merkel, per la sua politica di accoglienza dei migranti e per il ruolo di mediazione nel conflitto ucraino; Papa Francesco, per l’umiltà riportata in seno alla Chiesa e per il suo impegno nei processi di giustizia sociale a livello globale; l’UNHCR, l’alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite che aveva già vinto il premio per due volte in passato. Tra i candidati figuravano anche Dmitry Muratov, direttore del quotidiano russo Novaya Gazeta, per non essersi curato delle continue intimidazioni ricevute dai nemici e proseguire per la propria strada sempre alla ricerca della verità; l’italiana Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa, nominata per l’impegno mostrato dalla sua amministrazione e dall’isola intera nell’accogliere i rifugiati; infine non può passare inosservata la candidatura del duo colombiano Juan Manuel Santos, presidente della Colombia, e Rodrigo Londoño Echeverri, meglio conosciuto come Timoleón Jiménez, leader del gruppo rivoluzionario FARC, per aver intrapreso un percorso di pacificazione.

Ma chi sono i componenti del quartetto?

Ouided Bouchamaoui, dal 2011 presidentessa dell’UTICA, l’associazione degli imprenditori; Houcine Abbassi, che dal 2011 ricopre la carica di segretario generale dell’UGTT, il principale sindacato tunisino; Abdessattar Ben Moussa, dal 2011 presidente della lega tunisina dei diritti dell’uomo; Fadhel Mahfoudh, dal gennaio 2013 alla guida dell’ordine nazionale degli avvocati tunisini.

A questi va riconosciuto il merito di aver saputo mantenere relativamente tranquilla la fase di ricostruzione delle istituzioni nel post primavera araba; infatti, come si può notare tutti i rappresentanti fanno parte della nuova generazione di dirigenti nata dopo la caduta del regime di Ben Ali, che per 23 anni ha imposto la propria legge sul paese.

Il Nobel va a premiare un intero paese che nel panorama maghrebino ha sempre avuto un ruolo particolare, non tanto per il suo peso internazionale, quanto per il suo essere da sempre proiettata verso l’occidente. Infatti più volte ha ricevuto moniti da parte delle associazioni arabe per i suoi modi di fare troppo occidentali già dai tempi di Ben Ali, propensione che non è solo dovuta ad una lunga colonizzazione francese, terminata nel 1956, ma anche all’ininterrotto rapporto con l’Italia.

La Tunisia ha un ruolo molto particolare all’interno del mondo musulmano: è proprio dovuto ad un giovane tunisino, Mohamed Bouazizi, lo scoppio della primavera araba; infatti i primi tumulti si registrano in Tunisia prima che negli altri stati dopo che l’ambulante, il 17 dicembre 2010, si diede fuoco di fronte al palazzo del Governatorato di Sidi Bouzid. In questo stato la rivoluzione è stata meno cruenta che negli altri stati dove è soffiato il vento di primavera, il numero dei morti è infatti di gran lunga inferiore rispetto agli altri paesi.

Inoltre, a differenza degli altri stati, in Tunisia non sono stati i Fratelli Musulmani a salire al potere alla fine degli scontri, ma una coalizione moderata prima ed un partito laico (il Nidaa Tounes) poi guidato da Béji Caïd Essebsi; ciò ha fatto sì che la Tunisia sia stata classificata da Freedom House come l’unico stato del mondo arabo politicamente libero.

Ciò però non ci deve indurre a credere che la situazione tunisina sia solo rose e fiori e non conosca lotte intestine. I due attentati del Bardo, il 18 marzo 2015 che ha causato 24 morti, e quello di Sousse, che il 26 giugno seguente ha mietuto 39 vittime, sono una profonda ferita che fa da monito per la comunità mondiale della presenza del terrorismo di matrice islamica, in particolar modo legato all’Isis. Per di più nel paese i cittadini avvertono una sorta di assenza statale non tanto in termini di presenza delle forze dell’ordini quanto a livello normativo, ne è prova l’abusivismo edilizio e la mancanza di una seria regolamentazione che abbia gestito il proliferare delle attività commerciali in questi anni. Un altro punto discordante con l’attribuzione del Nobel per la pace al paese, prima che al National Dialogue Quartet, è un dato numerico: purtroppo è proprio la Tunisia a fornire il maggior numero di terroristi che agiscono sullo scenario siriano.

Nonostante tutto, e nonostante le immancabili critiche che accompagnano l’assegnazione di un premio di tale importanza, le felicitazioni sono arrivate da tutti gli angoli del mondo: Renzi esulta per la vittoria del Mediterraneo cogliendo l’occasione per rafforzare la partnership col paese maghrebino; Obama (vincitore, contestato, del Nobel per la pace nel 2009) riconosce non solo i meriti del quartetto, vuole rendere omaggio al coraggio e alla perseveranza del popolo tunisino, che, nonostante gli attacchi terroristici, si è dimostrato simbolo di unità, compromesso e tolleranza; il premier Cameroon vede invece in questa assegnazione un faro di speranza in una regione a rischio; il riconoscimento per l’importante traguardo arrivano anche da un’“eccellente” sconfitta, il portavoce della Merkel riconosce la decisione come eccellente; Lech Walesa, egli stesso premio Nobel per la pace nel 1983 che ha condiviso la sua esperienza con una visita proprio in Tunisia nel 2011, asserisce che il premio altro non è che un riconoscimento alla società tunisina, nonché uno sprono per altre sagge decisioni.

Questo premio per la Tunisia non può rappresentare però un punto di arrivo, ma ora la nazione, ed il quartetto in particolar modo, sanno di essere sotto i riflettori: la Tunisia è ancora ben lontana dall’essere una nazione virtuosa, questo non può che essere il primo passo verso una nazione realmente democratica e civile. Per prima cosa dovranno saper garantire, e mantenere, la sicurezza dei propri cittadini, nonostante la costante minaccia di matrice islamica (che sembra più intenta a punire i paesi arabi traditori piuttosto che le forze occidentali). Nondimeno dovrà saper garantire la stabilità politica e governativa nell’interesse della crescita del paese. Un grosso, grossissimo, errore sarebbe considerare questo riconoscimento come un traguardo finale, sedersi sugli allori significherebbe la fine del processo di evoluzione tunisino, che renderebbe vano, oltre che il premio, i sacrifici dei caduti per l’autodeterminazione del popolo, sarebbe sbagliato considerare il Nobel come la fine dei problemi, al contrario dovrebbe sancire la nascita di un nuovo ciclo virtuoso che vede la Tunisia come traino per il mondo civile arabo.

La pressione, ora, ricade sulla popolazione tunisina, ma in particolar modo sulle figure politiche che devono cercare di continuare a costruire una nazione avendo sempre ben impresso il premio appena ricevuto, onorandolo e dimostrando di esserne degni. Sembra più che scontato affermare che la principale arma che la Tunisia dovrà utilizzare da oggi in poi contro qualsiasi minaccia sia quella rappresentata dal dialogo.

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