Quale futuro per la Guinea Conakry?

REUTERS/Luc Gnago

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Nel piccolo stato dell’Africa Occidentale domenica 12 ottobre si è svolta la seconda elezione presidenziale dal 1958. Sei milioni di cittadini sono stati chiamati a scegliere se riconfermare per un secondo mandato il presidente uscente Alpha Condé (77 anni) oppure premiare uno dei 6 sfidanti, tra cui l’ex primo ministro Cellou Dailen Diallo (63 anni). Nel 2010 Condé, a seguito di un lungo vuoto di potere, ha conquistato la presidenza nelle prime elezioni democratiche dopo un esilio trentennale a causa della sua attività di dissidenza politica contro i precedenti regimi dittatoriali monopartitici di Sekou Touré (1958-1984) e Lansana Conté (1984-2008).

Come in altri paesi africani, il passato della Guinea Conakry è stato scandito da numerosi colpi di stato militari durante 52 anni di dittatura corrotta, di tensioni etniche, politiche e religiose[1] che persistono fino ad oggi. Queste linee di frattura sono ben visibili nei due principali candidati rivali in corsa per la presidenza: Condé -attualmente favorito per un secondo mandato- appartiene alla minoritaria etnia Malinké e guida il partito Rally of the Guinean People; invece, Diallo fa parte della più popolosa etnia Peul e presiede la Union of Democratic Forces of Guinea[2], alleata al partito di Camarà, ex militare golpista.

La campagna elettorale del presidente si è basata sullo slogan “Progress is on the march”[3] alludendo ai successi del quinquennio al timone del potere: le riforme dell’esercito e della giustizia, la rinegoziazione di contratti minerari più trasparenti per la realizzazione di porti, centrali elettriche, strade e scuole e l’esportazione di grandi quantità di bauxite (materia prima per l’alluminio). Al contrario, i suoi rivali hanno tentato di capitalizzare sulle debolezze del regime -la pessima gestione del virus Ebola negli ultimi 17 mesi, una scarsa crescita, una povertà diffusa, una corruzione dilagante e un’opacità nella concessione delle licenze minerarie. Se Diallo venisse eletto sarebbe probabile il ritorno di molti militari della Giunta golpista, un timore molto forte tra i fedeli dell’attuale presidente. Dopo il recente colpo di stato in Burkina Faso, l’etnia Peul sembra avere un vantaggio in più: i militari burkinabé la sostengono da sempre con aiuti finanziari, mettendo sotto pressione i gruppi etnici minoritari e vicini a Condé. La contesa per la presidenza è determinante per il futuro del paese poiché racchiude in sé anche l’onere della gestione delle materie prime: è uno stato estremamente ricco di oro, diamanti e bauxite e può contare sul più grande deposito di ferro al mondo ancora inesplorato.

Alla vigilia del voto Mohamed Ibn Chambas, Un Special Representative for West Africa, ha confermato un deterioramento della sicurezza a causa di scontri tra le forze di sicurezza e i sostenitori dei partiti rivali[4]. Nella giornata di domenica 14 800 seggi erano presidiati dalla polizia antisommossa, dalla gendarmerie e dagli osservatori internazionali dell’Unione Africana e dell’Unione Europea. In questo clima gli sfidanti del presidente auspicavano un rinvio delle elezioni per il riscontro di irregolarità nelle liste e ritardi nell’apertura delle urne e nella distribuzione delle tessere elettorali[5]. Tuttavia, il voto si è svolto pacificamente e senza interruzioni: la popolazione ha atteso il proprio turno formando lunghe file di fronte alle urne. Questa calma apparente non esclude una violenza post-elettorale scatenata dai leader di opposizione -che hanno già segnalato frode e brogli- e che potrebbero incitare i propri sostenitori a scendere in piazza per contestare il risultato. In più, se non si ottenesse un nome con la maggioranza assoluta al primo turno, bisognerebbe procedere con il ballottaggio.

È certo che il vincitore delle elezioni dovrà affrontare sfide regionali come l’instabilità in Costa d’Avorio da cui arrivano flussi di rifugiati e in Mali con la presenza dei gruppi jihadisti. A questo si aggiungono le sfide interne: occupazione per i giovani, accesso migliore a sanità, corrente elettrica e acqua potabile, politiche di sviluppo efficaci (il 43% della popolazione vive ancora con meno di due dollari al giorno), mentre l’economia nazionale è disastrata dopo decenni di malgoverno e corruzione. Infine è delicata la questione della gestione delle risorse minerarie: l’abbondanza delle materie prime dovrebbe accompagnarsi a un ambiente meno ostile e più aperto agli investimenti stranieri. Di recente sono iniziate le trattative con China International Water and Electric Corporation, interessata all’acquisto di bauxite e oro in cambio dell’offerta di infrastrutture e servizi a firma cinese.

Note:

[1] Guineans vote in presidential polls amid tension, 11 october 2015, (http://www.bbc.com/news/world-africa-34498449)

[2] Guinea Conackry, Atlante Geopolitico 2015, (http://www.treccani.it/enciclopedia/guinea_res-01ad4d3b-fdff-11e4-9760-00271042e8d9).

[3] As Ebola fades Guinea heads into election, 11 october 2015, (http://www.wsj.com/articles/guineans-vote-in-second-ever-free-election-1444570576).

[4] S. Samb, Guinea vote count starts after peaceful presidential elections, 11 october 2015, (http://www.reuters.com/article/2015/10/11/us-guinea-election-idUSKCN0S50FC20151011).

[5] Pre election clashes erupt in Guinea, 10 october 2015, (http://www.france24.com/en/20151010-deadly-pre-election-clashes-erupt-guinea).

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