Tensioni nella Regione dei Grandi Laghi: storie diverse ma destino comune

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Negli ultimi vent’anni la Regione dei Grandi Laghi è stata protagonista di conflitti intrattabili: il genocidio in Ruanda (1994), la guerra civile in Burundi (1993-2003) e una perenne instabilità (2010-2015) nella zona orientale ricca di diamanti di Kivu in Repubblica Democratica del Congo (RDC), con attività di guerriglia tra i gruppi ribelli dell’M23 e l’esercito congolese sostenuto dai caschi blu dell’ONU. Inoltre, l’assenza di controlli effettivi su questo vasto territorio ha permesso traffico di armi e di droga e saccheggio delle risorse diamantifere vendute sul mercato nero dai movimenti ribelli per autofinanziarsi. La prossimità geografica ha certamente favorito l’effetto contagio: le piccole crisi locali sono quasi sempre sconfinate negli stati limitrofi, destabilizzando l’equilibrio precario di quest’area e rendendo i confini estremamente porosi. Infatti, che si tratti di flussi di profughi in cerca di asilo oppure di gruppi ribelli in cerca di sostegno economico o politico dei propri vicini, nessuno è immune. Per di più non c’è nessun attore, regionale o esterno, che agisca come security provider, ovvero garante della sicurezza. Tutto questo ha determinato effetti permanenti sulla human security, compromettendo per sempre la stabilità regionale[1].

Nel cuore dell’Africa, all’interno di queste società (Ruanda, Burundi e RDC) è avvenuta una polarizzazione ancora più forte, non solo etnica: da una parte la gente comune e dall’altra leader saldi al comando che hanno progressivamente svuotato le istituzioni statali di legittimità e autorità, apparendo sempre meno credibili agli occhi dei cittadini. Dietro una maschera democratica, le autorità politiche hanno dettato legge come nelle vecchie dittature e imposto decisioni che rispondevano in gran parte ai loro interessi. In un contesto di povertà, ingiustizia sociale, corruzione, elezioni truccate, repressioni cruente del dissenso e mancato rispetto di diritti umani, la popolazione ha raggiunto il livello massimo di sopportazione.

Dallo scorso aprile, il Burundi è interessato da una spirale di violenze generate da frustrazione, rabbia e volontà di ribellione contro Pierre Nkurunziza, presidente uscente e ex leader dei ribelli Hutu. Dopo la notizia della sua terza ricandidatura -che molti considerano illegittima- il paese è piombato nel caos. Oggi c’è un rischio concreto di ritorno alle lotte intestine e a un possibile genocidio[2]. Negli ultimi sei mesi l’elemento etnico è stato un potente catalizzatore di dinamiche politico-sociali già viste in passato: insurrezioni represse nel sangue, un colpo di stato dei militari guidati dal generale Nyiombareh per prendere il potere, elezioni “democratiche” a cui sono seguite violenze post-elettorali che ne hanno messo in discussione l’esito. Le opposizioni politiche e la popolazione civile accusano di incostituzionalità la mossa del presidente di svolgere un terzo mandato (poiché la Costituzione e gli accordi di pace di Arusha ne prevedono solo due), mentre il regime -espressione di un solo gruppo etnico- sta applicando il pugno duro per ripristinare l’ordine (arresti arbitrari, incursioni, uccisioni di manifestanti anche in pieno giorno). Tuttavia, alla cerimonia inaugurale per il mandato presidenziale non erano presenti gli ambasciatori dell’Unione Europea e degli Stati Uniti e nemmeno i rappresentanti dell’Unione Africana, della Conferenza dei Grandi Laghi e persino le autorità ugandesi ed etiopi, mediatori di questa crisi. Un segnale chiaro in risposta alla decisione unilaterale di Nkurunziza. Già in 158 mila hanno lasciato il paese chiedendo rifugio in Ruanda; invece, chi è rimasto sta proseguendo nelle rivolte anti-regime –possibili anche grazie ai continui rifornimenti di armi dal Ruanda e dalla Repubblica Democratica del Congo- che spesso culminano in scontri cruenti con la polizia, seminando terrore e distruzione nella capitale Bujumbura. La polizia, sostenuta dal gruppo ruandese di FDLR (Forces Democratiques de Liberation du Rwanda) nell’offensiva per disarmare i capi delle rivolte notturne, ha iniziato la mattanza nelle periferie per scoraggiare le proteste. Amnesty International e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per le ripetute violazioni di diritti umani e “le condizioni inumane e degradanti” in cui versa la popolazione. Infatti, i donor occidentali hanno sospeso i programmi di aiuti in seguito allo stallo nei negoziati di pace tra governo e opposizioni. L’Unione Europea ha imposto sanzioni e un congelamento di tutti gli asset burundesi per la mancanza di volontà nel risolvere pacificamente la crisi interna[3]; d’altro canto, l’Unione Africana ha aperto un’inchiesta sui crimini commessi negli ultimi mesi in Burundi e minaccia sanzioni. Malgrado le condanne però, la comunità internazionale è in difficoltà nell’elaborare un piano con misure concrete per risolvere i focolai di crisi, di cui il Burundi è solo l’ultimo caso di una lunga serie. Il piccolo stato africano appare sempre più diviso tra il presidente e pochi fedelissimi in opposizione ai golpisti ora guidati dall’ex capo della polizia Zenon Ndabareze. I mediatori ugandesi non sono ancora riusciti a far sedere il governo e le opposizioni allo stesso tavolo negoziale.

Nel regional security complex subsahariano[4] è sempre alto il rischio di regionalizzazione di conflitti locali che apparentemente non hanno relazioni dirette tra loro[5], ma che sono accomunati dalla debolezza e dalla fragilità dell’apparato statale, da improvvisi vuoti di potere, da inarrestabili spirali di violenza lungo linee etniche, politiche e sociali e dalle ambizioni di leader pluridecennali che, nel bene e nel male, hanno sempre deciso per l’intero paese. Quindi storie diverse, ma destino comune.

 

Note:

[1] Doro Elijah, The geopolitics of the Great Lakes Region: towards a Regional discourse of peace and stability, (http://www.parlzim.gov.zw/about-parliament/publications/download/86_8e0e63787db721fdbb1ce6c100c4ee48).

[2] BBC Burundi Profile, (http://www.bbc.com/news/world-africa-13085064).

[3] Trevor Analo, Burundi: Government Raises red flag over sanctions, 10 october, (http://allafrica.com/stories/201510110055.html).

[4] I. Castellano – P. L. Brancher, The future of Southern Africa: consequences of the expansion of the regional borders and bipolarity, 2015, (http://www.eceme.ensino.eb.br/meiramattos/index.php/RMM/article/viewFile/507/549).

[5] ISS Seminar Report Regional Dimension of the Conflict in the Great Lake Region, 2012, (https://www.issafrica.org/events/iss-seminar-report-regional-dimensions-of-conflict-in-the-great-lakes-region).

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