Messico e USA. La sottile linea bianca

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I SEGNI SULLA TERRA

 

<< Di confini non ne ho mai visto uno. Ma ho sentito che esistono nella mente di alcune persone.>> ( Thor Heyerdahl )

E’ con questa citazione dell’antropologo norvegese Thor Heyerdahl che voglio esporre il tema legato al concetto di confine. Se provo ad analizzare la parola confine, la prima cosa che mi viene in mente è una linea immaginaria di demarcazione che separa due zone geografiche nel punto in cui si incontrano. Il confine è un concetto che si è radicato nel nostro immaginario collettivo, si può dire quasi che sia diventato uno stereotipo.

Il significato di confine è interpretato da alcune persone con il termine frontiera, ovvero l’invisibile tracciato che segnala il bordo geofisico e la demarcazione geopolitica di uno stato. Un chiaro esempio di confine è sempre stato l’oceano che, sin dall’antichità, rappresentava la fine del mondo.

Il confine mostra quello che sembra essere il suo carattere fondamentale: segnalare il luogo di una differenza reale o presunta che sia; diventa quindi una maniera importante per distinguersi, per impressionare. Il primo atto che determina il tracciato di un confine è l’occupazione della terra e quest’ultima diventa visibile solo mediante la presenza di “segni” di individuazione: pietre, muri o altri elementi del paesaggio come montagne e fiumi. Il segno di un confine dichiara quindi che qualcuno ha occupato uno spazio e vanta dei diritti su di esso (Zanini, 1997).

Varcare la frontiera significa spesso inoltrarsi in un territorio aspro, duro, difficoltoso, con il rischio di incontri spiacevoli o di dover combattere per sopravvivere. E’ uscire da uno spazio familiare, conosciuto, rassicurante per entrare in quello dell’incertezza.

La frontiera è dunque una costruzione artificiale, al di là della quale si apre la “terra di nessuno”: una zona che si frappone tra due paesi e spazi differenti. Questo passaggio muta il carattere di un individuo: la presenza del confine è la condizione che trasforma colui che oltrepassa la frontiera in un immigrato straniero (Zanini, 1997).

Fortunatamente, molti dei confini artificiali sono stati abbattuti e altri, come la muraglia cinese, sono diventati monumenti storici nazionali. Nel contesto attuale si registrano notizie riguardanti l’innalzamento di muri e nuove misure di sicurezza per controllare i flussi migratori della popolazione. Una nuova e triste realtà vicino al nostro paese è il “muro anti-migranti” eretto sul confine tra Ungheria e Serbia: lungo 175 km ed alto 4 metri, è rinforzato con del filo spinato e ancorato a terra con lunghi pali d’acciaio.

Un confine può essere difeso e controllato ma mai si potrà garantire la sua impermeabilità, senza sapere se si riuscirà a tenere fuori o chiudere dentro ciò che vogliamo (Perulli, 2014)

 

EL BORDO DE TIJUANA, LA SOTTILE LINEA

L’erezione di barriere invalicabili induce i migranti più disperati ad intraprendere i percorsi più rischiosi.

E’ quanto avviene al confine tra Messico e Stati Uniti, sulla frontera norte, che parte dall’Oceano Pacifico (Tijuana) fino ad arrivare al Golfo del Messico (Matamoros).

La frontiera è contraddistinta dal corso del Rio Grande (detto anche Rio Bravo del Norte), un lunghissimo fiume che tocca importanti città come Alburquerque, Las Cruces ed El Paso. Sin dal 1845, il Rio Grande segnava il confine tra Stati Uniti e Messico e solo nella città di El Paso era presente l’unico ponte che permetteva l’attraversamento del fiume per accedere al Texas[1].

A partire dagli anni ’90, la città di Tijuana è divenuta tristemente nota per la presenza di una muraglia metallica alta dai 2 ai 4 metri che la separa da San Diego. Questa cortina metallica, detta anche “El Bordo” o “il Muro della Vergogna”, può essere considerata il risultato del fallimento politico tra Messico e Stati Uniti sul tema della migrazione. Si presenta come una lamiera dotata di un’illuminazione ad altissima intensità, la cui costruzione inizia dalla città di Tijuana continuando a perdita d’occhio verso est. Alla fine una zona intermedia desertica risulta costantemente sorvolata da elicotteri e percorsa senza sosta da veicoli della vigilanza. Qui, si incontra un’altra inferriata che segna la fine del muro artificiale e l’inizio di una barriera naturale ancora più lunga e più spietata della prima: fiumi impetuosi e deserti sono la fortuna o la sfortuna di molti: solo negli ultimi 5 anni (dato riferito al 2012) sono morte più di 5000 persone.

Anche accanto alla spiaggia di Tijuana il muro continua per un centinaio di metri in mezzo al mare mentre, sull’altro lato, continui ed accurati controlli di sicurezza vengono effettuati da parte della migra ( la polizia di confine). Teschi bianchi e croci campeggiano sul muro in memoria dei molti che sono morti nel cercare di attraversare questo confine. Il protrarsi temporale di tale situazione ha acutizzato il fenomeno contribuendo alla pericolosa diffusione di un inutile e feroce sentimento: l’antinordamericanismo[2].

La barriera però, non ha fermato i flussi migratori, mentre è aumentato il numero dei morti e l’economia che ruota intorno al muro: spaccio di droga, di armi e traffico di uomini gestiti dai cosidetti “coyotes”. Questi ultimi sono una sorta di “scafisti” di terra che si arricchiscono guidando i clandestini nell’attraversamento di terreni difficili come il deserto o i tunnel sotterranei. A volte queste “guide” abbandonano o derubano i propri “clienti” dopo aver richiesto il pagamento “morbida”, ovvero la tangente che si somma alla tariffa da pagare al coyote per il viaggio (il costo si aggira attorno ai 1.500-1.800 $). La durata del percorso verso il “paradiso” invece è di circa 3-4 giorni[3].

Parallelamente si è affermato a Tijuana il preoccupante fenomeno dei narcos (narcotraficanti) ancora in continua crescita. I cartelli messicani (gruppi di narcos e di altri criminali) si sono imposti con determinazione controllando quasi completamente il mercato illecito della droga diretta verso gli Stati Uniti. La droga, nascosta nei camion o attraverso tunnel sotterranei, con la complicità della polizia statunitense corrotta, viene immessa nel mercato nordamericano.

Secondo fonti governative, in Messico operano diversi cartelli presenti su quasi tutto il territorio e i principali sono: Golfo, Sinaloa e Juarez.

Le varie organizzazioni criminali collaborano a stretto contatto, alcuni formano persino delle alleanze (la più importante viene chiamata “La Federazione”), altri cartelli in antagonismo generano guerriglie locali ed altri ancora restano indipendenti.

Il volume delle attività illecite ha raggiunto livelli esponenziali e le organizzazioni criminali messicane insediate nel territorio statunitense hanno iniziato a coltivare marijuana e a produrre metamfetamine stringendo accordi con la criminalità locale migliorando ed incrementando la rete di distribuzione delle loro attività illecite. Secondo fonti della DEA (Drug Enforcement Agency), ogni anno vengono trasferiti dagli Stati Uniti al Messico dagli 8 ai 20 miliardi di dollari per il riciclaggio di denaro sporco. Le attività criminali non si limitano solamente allo smercio di droga, ma includono anche furti d’auto, rapimenti, assassinii e traffico d’armi. Per i loro scopi i cartelli messicani si servono di gruppi di criminali comuni, i cosiddetti “sicarios” che operano accanto a gruppi militarizzati e disciplinati come gli Zetas, i Negros e i Pelones.

Solo nel 1997, circa 600 omicidi vengono attribuiti ai narcos che, secondo diversi giornali americani, non sono perseguiti dalla polizia locale per via della sua complicità[4].

Il consumo di droga e di sostanze stupefacenti è molto diffuso anche nella stessa città di Tijuana come in molte altre città di confine. Per sostenere infatti i pesanti ritmi di lavoro nelle maquiladoras, i laboratori del sudore, fabbriche con manodopera a basso costo dove si lavora in regime di totale sfruttamento, si calcola che il 13% dei lavoratori si droghi, il 39% consumi alcolici ed il 48% fumi.

Queste maquiladoras sono fabbriche in subappalto, filiali di multinazionali di proprietà straniere che beneficiano di bassi salari ed esenzioni fiscali luogo di lavoro di molti messicani e clandestini in paziente attesa di valicare il confine. La manodopera è solitamente composta da giovani (dopo i 35 anni sono frequenti i licenziamenti), donne e migranti; non c’è crescita dei salari, non esistono contratti lavorativi e gli abusi sono all’ordine del giorno. Questa “industria” detiene un potere occulto, generando profitti più alti di quelli del turismo e del petrolio (Cercas, 2012).

 

LA PRESSIONE MIGRATORIA DEI LATINOS

L’immigrazione è tema di estrema attualità affrontato quotidianamente negli Stati Uniti come in Europa: si preferisce nasconderlo o parlarne senza trovare senza concrete soluzioni. Le poche notizie delle associazioni e dei giornalisti che operano sul fronte messicano parlano di una vittima al giorno tra i migranti che cercano di giungere “en el otro lado” della frontiera.

I migranti latinoamericani subiscono l’attrazione degli Stati Uniti per via dei numerosi stereotipi che si fondono nell’immaginario culturale collettivo e per le notizie trasmesse dai media. Gli USA diventano così una terra promessa ricca di speranze e di opportunità.

Oggi imponenti flussi migratori partono dai paesi latinoamericani fino ad arrivare alla frontera norte del Messico, ultimo ostacolo da oltrepassare. Questi clandestini sono uomini, donne e giovani (i minorenni rappresentano circa il 20% del totale), persone disperate in fuga dal loro paese per sopravvivere alla povertà e alla violenza, mossi da una legittima aspettativa di una vita migliore.

Il numero di messicani che emigrano negli Stati Uniti è in continua crescita fin dagli anni ‘90: si calcola che ogni anno varchino clandestinamente la frontiera circa 500 mila mojados/wetbacks (clandestini che attraversano la frontiera). La Border Patrol (polizia di confine) “cattura” ogni anno circa un milione di immigranti illegali, il 95% dei quali sono messicani (due terzi degli attraversamenti avvengono a Tijuana e El Paso) (Cruz 2012).

Conseguentemente, nello scenario americano si sta assistendo ad un vero e proprio cambiamento sociale: a Los Angeles e a Miami i latinos sono già la maggioranza della popolazione e lo spagnolo è diventato la lingua più parlata in interi quartieri di Chicago, Boston, Philadelphia. Tra vent’anni gli Stati Uniti saranno probabilmente la seconda nazione di lingua spagnola dopo il Messico. Verso la fine del 1996 i latinos hanno superato gli afroamericani, divenendo il secondo gruppo etnico presente a New York (Davis, Mike 2001).

Oggi possiamo individuare quattro diverse tipologie di migranti provenienti dall’area messicana diretti in particolare negli Stati Uniti: braceros (immigrati ammessi dotati di un regolare contratto), tarjetas verdes (residenti in Messico autorizzati a lavorare negli Stati Uniti), immigrati legali (ammessi con regolare permesso visa), immigrati illegali (sprovvisti del documento)[5].

 

CONCLUSIONE

Bisogna contrastare questi imponenti flussi in altri modi, trovando nuove soluzioni politiche ed economiche e bisogna farlo in fretta prima che altra gente perda la vita. Le principali cause di morte accertate sono per annegamento, incidenti stradali che vedono come vittime intere famiglie investite durante l’attraversamento delle corsie dell’autostrada, disidratazione, colpi di calore dovuti al deserto ed avvelenamento. La situazione della popolazione nelle città di confine messicane è disastrosa: l’acqua potabile recuperata dai pozzi scavati è contaminata da rifiuti umani, da pesticidi e da metalli presenti nel suolo, mentre rifiuti di ogni genere sono sparsi in ogni via[6].

Bisogna impedire che le morti aumentino; sul confine tra Messico ed Arizona il numero di clandestini deceduti è aumentato negli ultimi anni. Fino ad oggi 3000 immigrati sono morti e le croci vengono appese al muro della vergogna per non dimenticare le loro gesta.

Un maggior coinvolgimento dei media, potrebbe creare un hype sull’argomento e generare un aumento dell’audience e dell’interesse generale. Anche l’associazionismo umanitario lungo le città di confine potrebbero alleviare e migliorare la vita sociale dei clandestini.

Fino a quando perdureranno le marcate differenze nelle condizioni di vita, fino a quando ci sarà la prospettiva per un messicano giunto negli Stati Uniti di guadagnare 10 volte di più rispetto al suo paese, non ci saranno muri in grado di soffocare il sogno di una vita migliore.

D’altro canto lo stato messicano non sembra seriamente motivato alla ricerca di una soluzione e la superficialità con cui viene affrontato il fenomeno migratorio da parte delle autorità politiche, rappresenta un’incapacità a fronteggiare il disagio sociale: sostanzialmente non è mai stato trattato seriamente come un problema sociologico. Pertanto si può affermare che, nel contesto attuale, le politiche messicane sono ancora latitanti rispetto al problema delle emigrazioni. Una stretta e fattiva collaborazione tra gli Stati Uniti e il Messico potrebbe rappresentare uno sforzo comune per una soluzione reciproca al fenomeno migratorio.

 

FONTI

Bibliografia

Cercas, Javier, 2012 – Tornare a casa. Racconti d’autore – Il sole 24 ore, Milano

Cruz, Claudia, Cruz, Claudio, 2012 – Messico la guerra invisibile: Storie, cifre e affari dei cartelli criminali dei narcotrafficanti – Roma

Davis, Mike, 2001 (2000) – I latinos alla scoperta degli USA, Feltrinelli; Bellingeri, Marco; Rhi-Sausi, José Luis 1993, il Messico, Giunti, Firenze; Proiettis, Gianni, Agosto 2002

Perulli, P, 2914 – Terra mobile. Atlante della società globale – Perulli P., Editore Einaudi, Torino

Zanini, Piero, 1997, Significati del confine. I limiti naturali, storici, mentali – Editore Bruno Mondadori, Milano

Documenti consultati

Articolo: Border Crossing – Paola Zaccaria

Articolo: Definire il con-fine – Stefano Allievi

Articolo: Mensile dei Missionari Saveriani – Ricordati che eri Straniero- Daniel Groody

Sitografia

https://bombacarta.com/2009/06/25/tra-il-confine-e-la-frontiera/

https://it.wikipedia.org/wiki/Barriera_di_separazione_tra_Stati_Uniti_d%27America_e_Messico

https://it.wikipedia.org/wiki/Cartello_della_droga

https://it.wikipedia.org/wiki/Confine_tra_il_Messico_e_gli_Stati_Uniti_d%27America

http://kellogg.nd.edu/faculty/fellows/dgroody/articles/Oggi.pdf

https://www.edatlas.it

https://www.fondazionecdf.it/var/upload/file/440-01.pdf

Filmografia

Behind Enemy Lines, John Moore, 2001

Bordertown, Gregory Nava, 2006

La Jaula de Oro – La Gabbia Dorata, Diego Quemada-Diez, 2013

Sicario, Denis Villeneuve, 2015

 

Note:

[1] Per il seguente paragrafo ho consultato il sito: https://it.wikipedia.org/wiki/Barriera_di_separazione_tra_Stati_Uniti_d%27America_e_Messico

[2] Per il seguente paragrafo ho consultato il seguente articolo: http://kellogg.nd.edu/faculty/fellows/dgroody/articles/Oggi.pdf

[3] Per il seguente paragrafo ho consultato il seguente articolo: http://kellogg.nd.edu/faculty/fellows/dgroody/articles/Oggi.pdf

[4] Per il seguente paragrafo ho consultato i seguenti siti: https://it.wikipedia.org/wiki/Cartello_della_droga, http://www.fondazionecdf.it/var/upload/file/440-01.pdf

[5] Per il seguente paragrafo ho consultato il seguente sito: https://it.wikipedia.org/wiki/Confine_tra_il_Messico_e_gli_Stati_Uniti_d%27America

[6] Per il seguente paragrafo ho consultato il seguente articolo: http://kellogg.nd.edu/faculty/fellows/dgroody/articles/Oggi.pdf

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