Gli interessi russi in Medio Oriente

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Dopo il crollo del blocco sovietico, la Russia ha affrontato un difficile periodo di transizione, caratterizzato dalla crisi economica degli anni ’90 e dalla successiva affermazione quale produttore di petrolio e gas naturale. Tuttavia, la Russia, sebbene sia uscita politicamente sconfitta dalla Guerra Fredda, ha mantenuto quasi inalterata la propria estensione territoriale, la propria popolazione e, soprattutto, la propria struttura militare, con cui ha potuto conservare lo status di grande potenza. In tal senso, Mosca ha dato il via non solo ad una riforma che prevede l’ammodernamento dei mezzi a disposizione della difesa, con particolare riguardo al settore terrestre e a quello nucleare, ma anche ad una riscoperta del proprio ruolo quale potenza globale, capace di proiettare la propria influenza su altre regioni. Questo ha portato ad uno scontro con le potenze occidentali e, in particolare, con gli Stati Uniti, i quali vedono nella Russia un competitor, almeno a livello regionale. Per quel che concerne l’area mediorientale, gli interessi russi seguono due canali principali: la presenza navale in Siria e gli accordi economici nella regione.

La ricerca di un accesso ai mari caldi

La politica estera russa ha storicamente seguito due direttrici fondamentali. La prima è la difesa dei propri confini occidentali contro eventuali aggressioni da parte delle potenze europee. La seconda è rappresentata dalla ricerca di un accesso ai mari caldi per aggirare il problema del congelamento dei porti russi durante i mesi invernali. Fin dal XIX secolo, la Russia ha tentato di ottenere un accesso al Mediterraneo, incontrando però l’ostacolo offerto dagli stretti del Bosforo e dei Dardanelli[1], che collegano il Mar Nero all’Egeo, e su cui l’Impero Ottomano esercitava il proprio controllo, essendo presente su entrambe le sponde. Con la prima stesura del Trattato di Santo Stefano, ad esempio, la Bulgaria, alleata di San Pietroburgo nella guerra russo-turca del 1877/78, otteneva, tra l’altro, anche sbocchi sul Mar Nero e sull’Egeo. Ciò avrebbe permesso alla Russia di far valere la propria influenza a Sofia, aggirare gli stretti e ottenere una concessione lungo la costa bulgara sull’Egeo. Questo non avvenne per l’intervento di Londra che temeva la presenza russa nel Mediterraneo ed il Trattato venne ridefinito nel Congresso di Berlino del 1878. Circa un secolo dopo, nel 1971, l’URSS, che aveva trovato nel presidente siriano Hafez Al Assad un partner strategico in Medio Oriente, ottenne la concessione sul porto di Tartus, dove poter stabilire una base militare, conservandola anche dopo la fine della Guerra Fredda.

Gli interessi economici di Mosca

A partire dal ritiro delle truppe USA dall’Iraq, la Russia ha avviato un approccio economico volto ad instaurare rapporti commerciali con i paesi della regione mediorientale, seguendo due strumenti: le commesse militari e la cooperazione energetica. Già nel 2011, Mosca aveva raggiunto un accordo con l’Iraq per la fornitura di armi, poi rinnovato ad aprile 2013 con l’aggiunta di altri mezzi, la cui consegna è iniziata ad ottobre dello stesso anno. Un altro caso emblematico è rappresentato dalla Giordania. Amman, dopo lo scoppio della crisi siriana, ha dovuto affrontare un massiccio afflusso di profughi e questo ha finito per avere conseguenze sulle risorse alimentari, idriche e soprattutto energetiche. Per ovviare a tale problema, la Giordania ha deciso la costruzione di due centrali nucleari e ha individuato nell’azienda russa Rosatom il partner con cui procedere in tal senso. Allo stesso tempo, la Russia ha avviato negoziati con l’Egitto per la costruzione di una centrale nucleare nel paese nordafricano e per la creazione di una zona di libero scambio tra Il Cairo e l’Unione Eurasiatica. Infine, Mosca ha recentemente annunciato il raggiungimento di un accordo con l’Iran per la fornitura di un sistema missilistico difensivo. Già siglato nel 2007, tale accordo era stato bloccato dalle sanzioni volte a contrastare il programma nucleare iraniano.

L’intervento in Siria

A partire dal 30 settembre 2015, la Russia ha organizzato una propria missione militare in Siria, al fine di combattere l’ISIS, trovando però dure critiche da parte della coalizione internazionale in quanto l’azione russa mira a mantenere al governo della Siria l’attuale presidente Bashar Al Assad, accusato di essere il responsabile dell’attuale crisi. Inoltre, i governi occidentali hanno espresso più di un dubbio circa gli obiettivi dei raid russi, accusando Mosca di mirare principalmente alle forze di opposizione. Già nel 2013 si era assistito ad uno scontro tra il Cremlino e le cancellerie occidentali, circa la possibilità di un intervento militare a guida USA contro il regime di Assad, accusato di aver utilizzato armi chimiche contro la popolazione civile. In tal senso, un’indagine richiesta dall’ONU aveva confermato l’avvenuto ricorso a tale genere di armi, ma non era stata in grado di stabilire chi le avesse effettivamente impiegate. L’impossibilità di individuare con certezza i responsabili dell’attacco e l’opposizione di Russia e Cina hanno reso impossibile un intervento militare mirato contro Damasco. L’opposizione di Mosca all’intervento USA e la sua successiva operazione militare in Siria si possono leggere come un tentativo di evitare un drammatico disfacimento dello stato simile a quanto occorso in Libia, dove alla fine del regime di Gheddafi non è seguita un’adeguata iniziativa di ricostruzione politica, economica e sociale del paese.

Conclusioni

La Russia vanta importanti interessi in Medio Oriente. Il primo fra tutti è la presenza nel porto di Tartus, con cui può garantirsi l’accesso ai mari caldi che ha sempre perseguito. Allo stesso tempo, Mosca ha assunto un’iniziativa diplomatica e commerciale tale da permetterle di definire accordi in ambito militare ed energetico con alcuni dei paesi della regione. La Russia sembra voler tentare di riempire il vuoto geopolitico lasciato dagli Stati Uniti dopo il loro ritiro dall’Iraq, avvenuto nel 2011, proteggendo, al contempo, gli interessi che già aveva nella regione. In tal senso, l’intervento militare in Siria risponde alla necessità di mantenere la base navale di Tartus: un’eventuale vittoria delle forze di opposizione al regime di Assad o un’ulteriore avanzata dell’ISIS verso il Mediterraneo potrebbero mettere a rischio la permanenza russa nel porto siriano. Per ciò che concerne la crisi siriana, la differenza sostanziale tra le posizioni della Russia e delle potenze occidentali sta nella permanenza al governo di Bashar Al Assad. In questo senso, Mosca teme un crollo improvviso e difficilmente gestibile del regime di Damasco sulla scia di quanto avvenuto in Libia, che creerebbe non pochi problemi alla regione e agli interessi geostrategici del Cremlino.

Note

[1] Il passaggio e la navigazione negli Stretti è regolata dalla Convenzione di Montreux, siglata nel 1936, la quale individua le regole che, in tempo di pace o di guerra, disciplinano il transito di navi e sottomarini e il tonnellaggio che le potenze non rivierasche del Mar Nero possono mantenere all’interno del bacino. Inoltre, la Convenzione indica secondo quali modalità la Turchia possa impedire il transito di unità navali di stati terzi.

Bibliografia

Foreign Affairs, www.foreignaffairs.com

Internazionale, www.internazionale.it

The Jamestown Foundation, www.jamestown.org

Limes, www.limesonline.com

The Jerusalem Post, www.jpost.com

About Emanuele Bussi

Laureato in relazioni internazionali nel 2010, con tesi sull’evoluzione del pensiero politico cinese, ho avuto una breve esperienza in ambito assicurativo dove ho approfondito i temi relativi alla finanza nazionale e internazionale. Ho successivamente approfondito il mio interesse per la geopolitica dell’Europa orientale e del Medio Oriente, con particolare interesse per l’attuale crisi siriana, la politica estera russa e l’avanzata dell’ISIS.

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