Montenegro: l'inizio di una nuova era?

Montenegro

Left to right: President Filip Vujanovic of Montenegro shaking hands with NATO Secretary General Anders Fogh Rasmussen

*Articolo a cura di Roberta Magliocchetti, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Il 19 maggio 2016 è stato firmato a Podgorica da parte del primo Ministro montenegrino Milo Đukanović, del Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, e dei ministri degli Esteri dei 28 Paesi membri NATO, lo storico Protocollo di accesso all’Alleanza atlantica, che conferisce al Montenegro lo status di osservatore nelle riunioni della NATO. Una volta terminato il procedimento di ratifica dei Paesi membri il Montenegro diventerà a tutti gli effetti un membro dell’Alleanza. All’entusiasmo degli Alleati non si è fatta attendere la reazione della Russia, che ha accusato la NATO di estendere la sua influenza nei Balcani dopo l’adesione di Croazia e Albania. Nel dicembre del 2015  il Montenegro fu invitato ad unirsi alla NATO dopo anni di cooperazione internazionale: dall’adesione alla MAP (the Membership action plan), all’invio di truppe in Afghanistan per l’operazione International Assistance Force nel 2010, di congiunto con la Croazia. L’entrata del Montenegro nella sfera occidentale non è vitale in termini di sicurezza globale, piuttosto rappresenta la possibilità concreta da parte degli USA di controllare militarmente un altro Stato che si affaccia sul Mar Adriatico, dopo l’Italia, Croazia, Slovenia e Albania. Il governo si dichiara ottimista e prevede l’adesione nel 2017. In realtà, la maggioranza della popolazione è contraria: ritiene la svolta ad Ovest un atto ostile nei confronti dell’alleato storico russo, poiché gli investimenti russi, infatti, rappresentano oltre due miliardi di euro; parte della popolazione montenegrina è di origine o etnia serba e ciò li rende diffidenti per i trascorsi in Kosovo e Bosnia-Erzegovina della NATO. Tuttavia, il Premier Đukanović, presidente del Partito Popolare e da circa vent’anni protagonista indiscusso della vita politica, non si lascia intimorire dalle manifestazioni in piazza anti-NATO ed esclude la possibilità di un referendum fortemente richiesto, in primis dalla Chiesa Ortodossa. Ritiene sufficiente l’art. 82 della Costituzione che incarica il Parlamento della ratifica dei trattati. Per Đukanović l’adesione alla NATO segna l’opportunità di crescita del Paese sotto ogni aspetto, dalle riforme strutturali, a quelle economiche, a quelle dei diritti civili e politici. Un’opportunità per allontanarsi anche dalla Serbia che da un lato ha avviato le trattative con l’Unione Europea, dall’altro non intende prendere in considerazione l’adesione al Patto atlantico per salvaguardare le relazioni con la Russia e mantenere la sua neutralità. La reazione contraria della Russia è il risultato di un clima teso creatosi con gli Stati Uniti, e la NATO, dopo i fatti in Ucraina, Siria e Turchia. L’invito della NATO al Montenegro conferma la politica della porta aperta inaugurata con il vertice di Bucarest del 2008 nella regione balcanica: lo Stato montenegrino potrebbe essere l’emblema dei rapporti tra le due superpotenze. L’invito ha un alto valore politico, meno dal punto di vista militare: potrebbe fare da traino per i vicini che soffrono ancora di importanti lacune interne (in primis la Bosnia Erzegovina) e stimolare così i progetti di riforma richiesti per l’adesione atlantica. Da anni la Russia non crede più nella sicurezza militare del Patto Atlantico ma lo reputa strumento di aggressione nei confronti dei suoi interessi. Dopo l’ultimo allargamento del 2009 con Croazia e Albania, i tentativi di adesione di Ucraina e Georgia sono stati prontamente soffocati da Putin e poco sostenuti dalla NATO. Difficilmente la Russia deciderà di procedere a delle ritorsioni contro la NATO per il caso montenegrino, certamente porrà fine ai legami, soprattutto economici, instaurati con Podgorica.

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