Il PiS in Europa: quali scenari per la Polonia euroscettica?

Polonia

*articolo a cura di Roberta Magliocchetti, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Il 13 gennaio del 2016 la Commissione Europea, presieduta da Jean-Claude Juncker, ha approvato il procedimento di valutazione dei criteri di democraticità nei confronti del governo polacco di Beata Szydło. Per la prima volta da quando è stata introdotta nel 2015, la Rule of Law Framework ha lo scopo di accertarsi che i criteri di libertà e democrazia vengano rispettati, in virtù dell’art. 7 del Trattato dell’Unione Europea (TUE) relativo allo stato di diritto.

La crisi economica e istituzionale dell’Unione europea ha riacceso la fiamma dei nazionalismi e populismi: molto spesso essere anti- Euro significa andare contro le istituzioni comunitarie e criticare aspramente le regole vigenti. A prescindere dalla divisione novecentesca di destra e sinistra dei partiti, oggi l’elemento che differenzia è il grado di sentimento europeo, quanto si è disposti ancora concedere in termini di sovranità. I partiti euroscettici e anti-austerità hanno aumentato il loro appeal politico sia all’interno dei paesi di appartenenza, sia in seno alla Commissione Europea, chiedendo un riesame sulla distribuzione ed equilibri di potere fino ad oggi raggiunti. L’establishment europeo è percepito come impopolare, corrotto e autoreferenziale, che ha perso contatto con la realtà sociale. La crisi dell’eurozona ha fatto nascere figli e figliastri: oltre alla tradizionale suddivisione Nord- Sud, la classificazione tra paesi “responsabili” e “irresponsabili”. Le banche, gli economisti e la finanza sono considerati come i veri protagonisti dell’Unione Europea. La crisi dell’immigrazione ha accelerato il processo di critica a cui è sottoposta la comunità europea da quasi sette anni e ha suggellato le rivendicazioni sovrane dei singoli stati che non credono più nella cooperazione, anzi sono propensi più alla creazione di muri e alle chiusure dei propri confini. In controtendenza ai Paesi arrestati in una lenta ripresa vi è la Polonia. Da quando è entrata nell’UE nel 2004 è cresciuta in maniera costante e soprattutto ha evitato gli effetti della crisi del 2009. Grazie alle politiche liberali del partito prima al governo, Piattaforma Civica, il PIL è quasi raddoppiato e il volume delle esportazioni nel mercato comunitario è aumentato di tre volte tanto. Ma cosa ha spinto i polacchi ha voltare le spalle al partito dell’attuale presidente del Consiglio europeo? La mancata redistribuzione della ricchezza prodotta. Grandi profitti per le aziende di esportazione ma bassi salari e stipendi per i ceti popolari. Ad approfittarne della situazione è sopraggiunta la formazione di Jaroslaw Kaczyński.

Il PiS (Prawo i Sprawiedliwość, Giustizia e Diritto) è il partito che ha vinto le elezioni nell’ottobre 2015 in cui ha trionfato la candidata semisconosciuta Beata Szydło che ha potuto formare un governo monocolore in seno al Sejm, con il 37,58% di voti. Fondato dai fratelli gemelli Lech, deceduto nel 2010 in un incidente aereo e Jaroslaw Kaczyński, capo carismatico dai toni ultranazionalisti, Giustizia e Diritto è sostenuto da un elettorato anziano, ultraconservatore, molto religioso, poco istruito e rientra nel novero dei partiti euroscettici e anti-europeisti. Dal 1989 non era mai successo che un governo riuscisse a formarsi con un solo partito di maggioranza e soprattutto che le forze di sinistra non ottenessero abbastanza voti per entrare in parlamento. Inoltre, nel 2010 la carica di Presidente della Repubblica è stata vinta da Andrzej Duda, altro fedelissimo di Jaroslaw Kaczyński e che gioca un ruolo fondamentale nel nuovo scenario politico polacco. I motivi del successo sono da ricercare nelle proposte in materia economica e sociale: l’abbassamento dell’età pensionabile, un sussidio mensile di 500 zlotys per ogni figlio (circa 125 euro) e l’introduzione del salario minimo. Uno dei modi per finanziare questo tipo di intervento è quello di aumentare la tassazione sulle banche e sulle catene di grande distribuzione commerciale straniere, facendo crescere il debito pubblico e vanificando il lavoro dei predecessori liberali. Il PiS trova alleanze per quanto riguarda la questione dell’accoglienza dei migranti con la Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria. Con quest’ultima, i governi di Szydło e di Viktor Orbàn rifiutano ogni sistema di redistribuzione dei migranti offerta e si propongono difensori delle identità dei propri paesi contro l’ondata culturale portata dai rifugiati.

Ad attirare l’attenzione delle istituzioni europee, però, sono state la riforma sulla Corte Costituzionale e quella sui mezzi d’informazione. La prima permette all’esecutivo di sostituire cinque dei 15 giudici della Corte costituzionale con toghe “amiche”. Con la seconda, il Ministro del Tesoro, e dunque il governo, può procedere alla nomina dei vertici dirigenziali dei quattro più influenti canali televisivi e di duecento stazioni radio, accusati di essere inaffidabili e costantemente critici nei confronti dei cambiamenti di legge portati avanti dal neogoverno.

Nel contesto internazionale il PiS preoccupa per la retorica nazionalista e populista ed ha aperto un duro scontro con Bruxelles. L’euroreaslismo polacco si oppone al regime di austerità che vincola i paesi dell’eurozona in quanto non intende chiedere ulteriori sacrifici dopo un decennio di difficoltà economiche, preferendo attendere una situazione più stabile della moneta unica. Uno dei punti chiave del programma partitico del PiS è quello di collocare la Polonia al centro delle discussioni internazionali senza, però, cedere troppa sovranità: dal piano di ricollocamento dei rifugiati a quelli di difesa e sicurezza della NATO per l’allestimento di una base permanente sul territorio polacco, fino agli aiuti economici della stessa UE.

Per evitare lo scontro finale, la prima fase della procedura di rispetto dello stato di diritto ha previsto l’apertura di un dialogo tra il governo di Varsavia e la Commissione europea: il vicepresidente Frans Timmermans ha chiesto spiegazioni al Premier Szydło e ascoltato le sue ragioni, assicurando la ferma volontà di portare avanti il dialogo. Secondo l’opinione del Consiglio di Venezia, richiesto dal governo su esortazione di Bruxelles, la crisi istituzionale rappresenta un pericolo non solo per lo stato di diritto ma anche per la democrazia e i diritti umani. La reazione polacca è stata quella di ribadire la difesa e la tutela della decisioni interne, senza alcun tipo di interferenza e che il report del Consiglio rientra nella normale routine a cui sono sottoposti anche altri paesi europei, sottolineando che si tratta di pareri non vincolanti.

L’ultimatum fissato dall’UE di risolvere la crisi, scaduto il 23 maggio, ha avuto come effetto quello di ribadire per voce della stessa Beata Szydło che il governo polacco non permetterà l’imposizione delle volontà altrui ai cittadini polacchi. Così, sull’orlo di una rottura totale, la visita di Timmermans del 27 maggio a Varsavia è riuscita nell’obiettivo di smorzare i toni polemici e portare una ventata di ottimismo circa una possibile risoluzione più vicina. In effetti, la Commissione europea ha deciso di concedere più tempo alla Polonia per risolvere la crisi istituzionale in atto, rimandando la pubblicazione del giudizio sulla situazione polacca.

Ad oggi l’UE è più ottimista e ritiene che lo stesso governo polacco consideri nel suo interesse risolvere il problema così spinoso per sventare la minaccia di una sospensione del diritto al voto in seno al Consiglio Europeo. In realtà, la possibilità che questa sanzione si verifichi è molto bassa poiché occorre una decisione unanime e l’Ungheria finirebbe per bloccare l’imposizione della sanzione. Certamente, nel momento più critico della storia europea in cui le sue istituzioni sono sfidate dai movimenti neopopulisti e partiti euroscettici, la Polonia si sta dimostrando un test estremamente importante per l’Unione ma anche per il futuro della Polonia stessa.

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