La Cina in cerca di status: battaglia economica con l’Europa?

Cina

*articolo a cura di Alessandro Spiga, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

L’11 dicembre 2016 è una data così vicina e così lontana allo stesso tempo. Quel giorno andrà in scadenza la clausola contenuta nella sezione 15 del Protocollo di Adesione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) del 2001. La clausola prevede che, passati i quindici anni dall’ingresso della Cina nell’organizzazione, tutti i paesi membri del WTO dovranno concedere alla Cina lo status di economia di mercato (MES). Tuttavia l’Unione Europea non sembra essere intenzionata a concedere il riconoscimento perché ritiene che la Cina, oggi come allora, non rispecchi ancora i parametri di un’economia di mercato: cosa più rilevante, questo cambiamento sarebbe destinato a penalizzare le sue stesse imprese e lavoratori.

L’Europa, sebbene abbia riconosciuto dei passi avanti compiuti dalla Cina per avvicinarsi a un regime di mercato, la considera ancora un sistema “in transizione”. Lo Stato continua ad avere un ruolo attivo nell’economia, provocando una disparità di condizioni tra le imprese cinesi e la concorrenza estera nel commercio internazionale; infatti, le sovvenzioni che ricevono dallo Stato permettono alle imprese cinesi di vendere a prezzi più bassi le proprie merci, alimentando un vantaggio competitivo artificioso che taglia fuori dal mercato le aziende europee. Nei casi estremi le merci vengono esportate a prezzi addirittura inferiori a quelli del mercato interno. Queste azioni di dumping del governo cinese hanno spinto i paesi europei ad adottare delle misure antidumping: delle consistenti tassazioni su diverse merci provenienti dalla Cina senza le quali alcune imprese europee sarebbero tagliate fuori dal mercato. Il regolamento (CE) n° 1225/2009 rappresenta il regolamento antidumping di base per la concessione del MES alla Cina: esso si basa su cinque criteri sanciti dall’Unione Europea per misurare il rispetto dei parametri di economia del mercato[1].  La concessione alla Cina del MES avrebbe come effetto immediato quello di ridurre o rimuovere i dazi doganali imposti alle merci in ingresso; secondo molte analisi, tra cui una della Commissione Europea, ciò andrebbe a penalizzare una vasta porzione delle aziende e dei lavoratori europei. Perciò nonostante non sia stata ancora realizzata una valutazione d’impatto completa e dettagliata, e non sia quindi chiaro l’effetto netto sull’economia europea del riconoscimento alla Cina del MES, quest’ultimo sembra lungi dal realizzarsi, soprattutto alla luce dell’intervento del Parlamento Europeo.

Il 10 maggio infatti il Parlamento Europeo ha affrontato la questione con la risoluzione n°2667/2016. La risoluzione afferma che al giorno d’oggi il livello di influenza dello stato sull’economia cinese è ancora tale che le decisioni delle imprese in materia di prezzi, costi, produzione e fattori produttivi non rispecchiano quelle di un’economia della domanda e dell’offerta. Pertanto sottolinea che la Cina non è un’economia di mercato e non soddisfa i cinque criteri stabiliti dall’UE per definirsi tale.

Dal punto di vista cinese, invece, l’adempimento degli obblighi previsti dall’articolo 15 del Protocollo di adesione della Cina al WTO e il riconoscimento dello status di economia di mercato sono due argomenti diversi che rappresentano tuttavia due facce della stessa medaglia. Poiché l’articolo 15 del Protocollo prevede in maniera esplicita che il ricorso al sistema dei surrogati nelle indagini sull’antidumping verso le esportazioni cinesi dovrà terminare l’11 dicembre 2016, l’Unione Europea, se vorrà mantenersi nella legalità del diritto internazionale, dovrà rispettare gli accordi presi. Dovrà quindi cessare l’imposizione di dazi aggiuntivi sul valore nominale dei prodotti esportati in occidente. Riguardo l’altra faccia della medaglia, raggiungere lo status di economia di mercato alla WTO è uno degli obbiettivi strategici della Cina, la quale considera automatico il passaggio a economia di mercato l’11 dicembre; tuttavia la priorità rimane la fine del sistema dei surrogati, sia che l’Unione Europea riconosca alla Cina lo status di economia di mercato, sia che non lo riconosca. Inoltre allo stato attuale non esiste uno standard univoco che consenta di definire lo status di economia di mercato di un paese.

Le possibilità che a dicembre l’Unione Europea riconosca il MES alla Cina, alla luce delle tendenze passate e soprattutto presenti, sono veramente remote. Più realistica, ma altrettanto improbabile, la possibilità che la Commissione conceda lo status, ma adottando delle misure che ne ammorbidiscano in parte l’impatto, cercando di venire incontro a entrambe le parti: la stessa Commissione infatti è esortata dal Parlamento, al punto 4 della risoluzione n° 2667/2016, addirittura a “rafforzare l’efficacia della difesa commerciale”, una posizione forte di cui la Commissione non potrà non tener conto. Questa disputa economica, seppur accanita, difficilmente guasterà i buoni rapporti commerciali instauratasi tra la Cina e l’UE; bisogna ricordarsi che l’Unione Europea rappresenta il primo partner commerciale di Pechino e che la Cina rappresenta il secondo partner commerciale europeo: c’è troppo da perdere nell’adottare delle misure drastiche. L’Unione Europea non ha il minimo interesse a perdere le relazioni economiche con la Cina poiché è un partner cruciale per essa, allo stesso modo da parte cinese vi è la massima collaborazione e disponibilità a non ledere i rapporti con l’Europa.

A dimostrazione comunque di quanto sia confuso lo scenario è l’interpretazione della sezione 15 del Protocollo: essa autorizza i paesi importatori membri del TWO a determinare se la Cina è considerata un’economia di mercato ai fini della comparabilità dei prezzi, introducendo alla lettera a) alcune disposizioni relative alle economie non di mercato che autorizzano i membri del TWO ad applicare una metodologia non basata su uno stretto confronto con i prezzi o i costi sul mercato interno in Cina. Questo procedimento serve a calcolare il margine di dumping, sulla base del quale vengono imposti i dazi. La confusione deriva dal fatto che la disposizione della lettera a) è divisa in due punti, dei quali solo il secondo andrà in scadenza. Dunque, mentre per la Cina la scadenza a dicembre del secondo punto della lettera a) della sezione 15 definirà il passaggio automatico a un’economia di mercato, al contrario per il Parlamento Europeo essa non garantirà automaticamente il MES all’economia cinese nel complesso, bensì le disposizioni restanti [2] della sezione 15 che resteranno in vigore continueranno a offrire una base giuridica per l’applicazione di una metodologia non standard alle importazioni dalla Cina dopo il 2016. Su questo punto si accenderà lo scontro nell’immediato futuro, perché sensibile a varie interpretazioni. In questo torbido scenario tra le parti solo una cosa è chiara. Entrambe non possono avere ragione.

Note:

[1] I criteri sono: i) grado stabilito di influenza governativa sull’allocazione delle risorse e le decisioni delle imprese, ii) assenza di interventi dello stato nelle operazioni di privatizzazione delle imprese e nell’impiego di meccanismi di compensazione e di scambio che non rispecchino le regole del libero mercato, iii) esistenza di un diritto societario trasparente e non discriminatorio in grado di garantire un’adeguata governante societaria, iv) trasparenza dello stato di diritto volta a garantire il diritto di proprietà e il funzionamento di un regime fallimentare, v) esistenza di un settore finanziario che operi indipendentemente dallo stato

[2] Il primo punto afferma che “gli effetti delle disposizioni della lettera a) cessano, a condizione che il diritto nazionale del paese membro importatore preveda criteri per l’economia di mercato alla data di adesione”.

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