Venezuela: dove il lavoro vale una cipolla

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Venezuela’s acting President and presidential candidate Nicolas Maduro sings during a campaign rally in Caracas April 5, 2013. Maduro said on Friday that Venezuelan authorities have arrested several people suspected of plotting to sabotage one of his campaign rallies before an April 14 election by cutting the power. REUTERS/Carlos Garcia Rawlins (VENEZUELA – Tags: POLITICS ELECTIONS)

*articolo a cura di Simone Alba, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Quanto vale una giornata di lavoro in Venezuela? Una cipolla.
Nonostante la risposta appaia tragicomica una spiegazione esiste, il salario minimo giornaliero di un lavoratore venezuelano ad oggi sfiora le 500Bsf (Bolívar forte, moneta Venezuelana) circa 50 centesimi di dollaro, lo stesso prezzo del tubero al mercato.

Questo piccolo aneddoto ci porta a riflettere sulle tragiche condizioni in cui vertono l’economia e la società di un paese alla soglia del default totale.
Il principale nodo da sciogliere è rappresentato dell’iperinflazione, ossia l’aumento spropositato dei prezzi.
Secondo il FMI (Fondo Monetario Internazionale) e la Banca Mondiale, il tasso inflazionistico venezuelano di quest’anno si aggira intorno al’800% mentre la testata italiana “il sole24ore” calcola un aumento pari al 481% che è circa la metà. La banca centrale venezuelana, invece, ha una visione maggiormente “ottimistica” e stima un aumento inflazionistico del 200%.
A prescindere dai numeri, l’inflazione del paese è la più alta al mondo, è colpisce in primis il mercato dei beni primari, ovvero quello alimentare. Il governo del presidente Nicolas Maduro, si è attivato per il contrasto alla crisi alimentare, tramite la razionalizzazione ad personam e giornaliera delle risorse alimentari. Ci si reca nei supermercati, nei giorni stabiliti, muniti di carta di identità per acquistare quei pochi beni indispensabili: olio, carne e latte ma solo quando si trovano.
Le code che si formano sono lunghe decine di metri, e spesso costringono le persone a file di 6/7 ore. Il binomio crisi/criminalità non è tardato a manifestarsi presentandosi nella figura del Bachaqueros.

Quest’ultimi, aggirando facilmente il vincolo del razionamento alimentare, si presentano per primi davanti ai supermercati, muniti di diversi documenti di identità falsi, che gli permettono di “prosciugare” gli scaffali.

Questi prodotti vengono poi rivenduti in strada ad un prezzo ancora maggiore di quello d’acquisto, a beffa della già impietosa iperinflazione.
Ad aggravare la situazione, la crisi petrolifera iniziata nel 2014 e che si protrae tutt’ora, costituisce il maggior macigno che trascina sul fondo l’economia nazionale.
In un paese dove il 96% dell’export è rappresentato dal greggio, la crisi dei prezzi al barile (-37% negli ultimi 2 anni) ha avuto effetti catastrofici sull’economia reale.
Il PIL è in caduta libera, -7,5% nel 2015 e -8% nel 2016, che si è ripercosso inevitabilmente sul Pil pro-capite generando un impoverimento generale della popolazione. La situazione diventa paradossale quando si pensa che il Venezuela, aveva il Pil pro-capite più alto dell’America Latina, e possiede riserve petrolifere maggiori di quelle dell’Arabia Saudita.
La complessa situazione politica, non fa che aggravare quella finanziaria.
Decretando lo “stato di emergenza economica” (clausola studiata ad “hoc” dal regime e presente nella costituzione) il presidente Maduro ha incrementato i poteri dell’esecutivo e la sospensione delle garanzie economiche. L’influenza del regime sulle istituzioni era già iniziata quando, poco prima delle elezioni, 13 dei 32 giudici della Corte Suprema, vennero sostituiti dall’attuale presidente, per rafforzare il potere esecutivo su quello giudiziario.

Come prima sopracitato, informazioni relative a diversi indicatori economici (tra cui inflazione o disoccupazione) non sono disponibili, in quanto su ordine del governo, l’istituto nazionale di statistica non può più pubblicare i dati, per non rendere nota la disastrosa situazione economica. Mossa che probabilmente ha sortito l’effetto contrario, aumentando la curiosità della popolazione.

Lo scorso anno, gli analisti si sono scagliati contro il Venezuela accusandolo di truccare i conti di bilancio, per ingannare Wall Street e attirare nuovi finanziamenti. Davanti all’evidenza dei dati, questa procedura venne confermata dall’allora capo della pianificazione ed esponente del regime Juan Fernandez.

Nonostante l’intento del governo di sovvertire le istituzioni, le elezioni di dicembre hanno rivelato un inatteso risultato. Conquistando 2/3 della camera, battendo il partito socialista del presidente Maduro (Psuv) le opposizioni promettono battaglia, dapprima promuovendo un referendum revocatorio per il presidente, ed in seguito promuovendo la formazione di una nuova assemblea costituente. Le colpe tuttavia, non sono da imputare unicamente alla scarsa capacità gestione di Maduro nell’ambito della politica economica. La crisi petrolifera è stata solo il culmine di una crisi economica iniziata già 15 anni fa, ad opera del precedente governo socialista di Hugo Chávez. L’allora presidente optò per un ingente aumento della spesa pubblica, al fine di coprire il costo delle politiche sociali e assistenzialisti, invece di ristrutturare il debito pubblico. La rendita procurata dal petrolio fece aumentare la domanda interna, al quale però non corrispose un aumentò parallelo della produzione dei beni. Questo portò ad un massiccio aumento delle importazioni e alla svalutazione della moneta (già minata dalla decisione del governo di tenere bloccati i tassi di cambio) implicando un aumento dei prezzi dei beni importati (inflazione). Le soluzioni sul tavolo del governo sono essenzialmente 3 tre. La prima, concessa dallo “stato di emergenza economica” consente all’esecutivo l’esproprio di immobili e beni dei privati, o la requisizione di mezzi o depositi di beni di prima necessità. La seconda tende a dimezzare ulteriormente le importazioni, da 37 a 20 miliardi (circa il 50%), attraverso cui ricavare risorse per risanare il debito pubblico. La terza ed ultima, come manovra di politica monetaria restrittiva, limita il flusso di moneta in circolazione, arginando la svalutazione della stessa e riducendo l’inflazione.

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