La transizione di Cuba

Cuba

REUTERS/Desmond Boylan

*articolo a cura di Lorenzo Mazzone, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

È impossibile non accorgersi, all’interno di un’analisi politico-economica su Cuba, del cammino intrapreso per uscire dalla condizione di isolamento nelle relazioni diplomatiche con gli altri Stati.  E non ci si riferisce solo agli Stati Uniti d’America da sempre considerati dal lider maximo i principali antagonisti del popolo cubano nello sviluppo concreto del regime socialista castrista. Con la caduta dei regimi comunisti nei Paesi del blocco sovietico, con cui Cuba praticava un particolare commercio che le permetteva di importare beni alimentari in cambio di zucchero di canna, e il successivo “Periodo Especial” durante il quale si registravano picchi di massima crisi per l’economia cubana, il governo castrista ha attraversato uno dei momenti peggiori della sua storia, essendo venuto meno da una parte il sostegno continuo dell’URSS e dall’altra la solidità del suo sistema economico, da sempre incentrato nel settore primario. A partire dagli anni novanta Cuba ha iniziato a riaprirsi e ad instaurare relazioni diplomatiche anche con Paesi non socialisti, grazie anche al ruolo fondamentale che ha giocato lo Stato Vaticano per favorirne il riavvicinamento. Una delle tappe più significative che hanno contrassegnato la riapertura dei canali diplomatici è sicuramente la sospensione, avvenuta nel 2014 sotto la presidenza USA di Obama, dell’embargo commerciale imposto dagli Stati Uniti contro Cuba a partire dal 1962. L’evento è stato suggellato dalla clamorosa liberazione degli ultimi tre dei cinque agenti cubani che ha chiuso definitivamente un’epoca e dato risonanza mediatica al processo di riavvicinamento tra gli Stati. In seguito si è rafforzata la volontà del presidente Raùl Castro, manifestata durante l’ultimo congresso del Partito Comunista Cubano, di incentivare la capacità produttiva del Paese: il capo di governo ha sottolineato con forza l’esigenza di intraprendere un modello economico che potesse garantire anche l’apertura agli investimenti esteri, segnare una discontinuità e avviare una modernizzazione rispetto al modello socialista e alla contemplata proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Da questo incoraggiamento si possono ora registrare aumenti di addetti che svolgono professioni nel settore privato, la sospensione di restrizioni per persone che si recano all’estero, l’introduzione di incentivi di natura creditizia per le piccole imprese agricole e commerciali e la propensione a favorire lo sviluppo di cooperative composte da piccoli produttori non solo nel primario ma anche in altri settori. Inoltre la recente creazione della “Zona Especial de Desarrollo” (Zona Speciale di Sviluppo), progetto ultimato nel 2014 che intende creare una relazione virtuosa tra le attività turistiche e l’utilizzo di tecnologie pulite, ha permesso di promuovere un modello di sviluppo sostenibile anche a Cuba attraverso la fornitura di investimenti esteri, con la partecipazione di Brasile e Cina, allo scopo di incentivare l’innovazione tecnologica e la nascita di imprese che utilizzino fonti di energia rinnovabili nella loro produzione. Un’altra importante questione che il governo cubano si impegna a risolvere è il binomio delle due monete che circolano nello Stato: da una parte il pesos cubano con cui vengono pagati i salari statali e dall’altra il peso convertibile, utilizzata per la maggior parte dei casi da coloro che svolgono attività nel turismo. Una dicotomia monetaria che ha contribuito a formare due economie parallele, una delle più evidenti incongruenze del regime socialista cubano che il presidente Raùl Castro ha da tempo manifestato di voler chiudere con l’indicazione di rendere il più veloce possibile il processo di equiparazione dei due pesos.

Il disgelo dei rapporti diplomatici e la fine dell’embargo segnano un punto di svolta per Cuba e per il suo modello economico socialista che ora si avvia ad una complessa fase di rinnovamento con la eventualità di rimettere in gioco le relazioni diplomatiche commerciali con gli altri Paesi che sono ideologicamente. Si consideri che tuttora il governo cubano, grazie a particolari accordi commerciali presi con il Venezuela che prevedono l’invio a Caracas di impiegati nel settore sanitario e dell’istruzione, ma anche all’appartenenza ad “Alba”, organizzazione regionale di cui sono membri tutti gli Stati favorevoli al movimento bolivariano, dipende quasi interamente dallo Stato chavista per il suo fabbisogno energetico.

Con l’attuale crisi del greggio e la fase di forte instabilità che sta vivendo il governo di Maduro, Cuba rischia di rimanerne coinvolta e in questo caso la fine dell’embargo può rendersi utile occasione per uscire da quel rapporto di dipendenza energetica che vincola l’isola cubana alle altre nazioni socialiste. Anche il modello politico cubano che inquadra un unico partito, il PCC, è destinato nel breve/medio periodo a mutare, sulla spinta della società civile che nei prossimi anni prevedibilmente accoglierà nuove categorie di classi sociali provenienti dal settore privato. Lo stesso regime probabilmente allenterà pian piano la presa riguardo la piena applicazione dell’ideologia socialista, permettendo in seguito l’inclusione di altri attori politici nel sistema istituzionale cubano. Ma, anche se messa tra le ipotesi più remote dai vari politologi, emerge l’eventualità di un periodo di transizione sotto una giunta militare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.