La duplice politica cinese nel Mar della Cina Meridionale

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di Valentina Romoli

Il 12 Luglio 2016 la Corte Internazionale di Giustizia si è finalmente pronunciata sull’ annosa questione del contenzioso delle Isole Spratly. Tale disputa si basava, e si basa tutt’ora dato che non può considerarsi questione risolta, sulla sovranità dell’arcipelago e conseguentemente sulle sue acque contigue. Queste isole tropicali possono sembrare insignificanti ma per la loro posizione geografica e per le loro riserve sommerse sono da considerarsi come uno dei punti più caldi dell’Asia. Difatti controllandole è possibile sorvegliare il Mar Cinese Meridionale, dal quale transita più del 30% del tonnellaggio delle merci mondiali,  e avere il diritto allo sfruttamento di quello che si stima essere il più importante giacimento sottomarino di idrocarburi* del mondo, senza contare il quarto giacimento di petrolio che vi si accompagna.

Il caso è stato portato all’attenzione della Corte dalle Filippine, ed ha già guadagnato un suo posto nella storia essendo la prima convocazione della Cina davanti al sistema giuridico internazionale. I cinque giudici hanno, all’unanimità, votato contro Pechino rigettando i suoi diritti storici sull’ arcipelago e, anche, condannato i suoi comportamenti nell’ area in quanto, a parere della corte giudiziale, sono stati giudicati in violazione delle norme internazionali sulla conservazione degli habitat marini data la costruzione di molteplici nuove isole nell’ arcipelago. La decisone della Corte si è dimostrata talmente a favore di Manila da far nascere nella Comunità Internazionale delle preoccupazioni concernenti la risposta cinese alla sentenza.

Dopo più di due mesi dalla decisione arbitrale possiamo osservare come la politica di Pechino, malgrado le previsioni più pessimistiche, non si è modificata rispetto alle linee assunte negli anni precedenti il giudizio sul contenzioso. Il governo cinese ha rigettato le posizioni della giustizia internazionale tramite le parole del portavoce del Ministero degli Esteri cinese Lu Kang, che ha palesato la posizione ufficiale del partito affermando: ”The ruling is invalid with no binding force, and will in no way affect China’ territorial sovereignty and maritime rights and interests”*. E a seguito di questa dichiarazione Pechino ha continuato a perseguire una politica regionale in linea con il passato, continuando le proprie attività all’interno della parte d’arcipelago dal loro controllato. Vanno infatti ricordate le esercitazioni della marina cinese tenutesi nell’area il 19-21 luglio, e, soprattutto, lo svolgimento degli annuali esercizi congiunti tra la flotta cinese e quella russa che hanno avuto luogo proprio al largo delle Spratly, più precisamente nella zona della Scarborough Shoal, dal 13* al 21 di Settembre. Queste azioni possono sicuramente essere interpretate come sintomo di una politica muscolare rivolta alle Filippine, che insieme al Vietnam sono i più importanti avversari in questo conflitto territoriale, ma in realtà il respiro è molto più ampio.

Il vero obbiettivo di Pechino, all’ alba della sentenza sfavorevole, appare piuttosto quello di mantenere saldo lo status quo della regione. In quanto in Cina la decisone della Corte Internazionale di Giustizia viene percepita come parte di una campagna più ampia, svolta da Washington, per contenere l’espansione regionale ed eventualmente mondiale della sfera d’influenza di Pechino. È questo ha spinto il governo cinese a perseguire storicamente una doppia risposta al problema.

Per prima cosa la Repubblica Popolare, attraverso comunicati governativi e articoli della stampa più autorevole ha cercato e cerca di dipingere la posizione della Corte*, e quindi implicitamente degli Stati Uniti, come una posizione minoritaria all’ interno della Comunità Internazionale mentre tenta di chiarire le proprie posizioni nel contenzioso, adottando il linguaggio specifico dell’UNCLOS nell’elencare i propri diritti ed interessi nelle acque contese, forse lasciando anche spazio ad un futuro processo negoziale bilaterale tra le nazioni coinvolte, esterno sia all’ UNCLOS che all’ ANSEAN. E contemporaneamente, Pechino affronta un processo legislativo volto a creare una nuova legge marittima interna*, come parte del continuo sforzo di costruire delle nuove basi legislative che siano abbastanza solide da supportare i propri diritti in quelle che si prevedono essere numerose dispute territoriali data la programmata espansione cinese lungo la Linea dei Nove Punti. La Suprema Corte del Popolo ha, difatti, recentemente rilasciato un’interpretazione giudiziale volta a descrivere i nuovi standard che saranno applicati in caso di sconfinamento in quelle che vengono interpretate come le acque territoriali cinesi.

Inoltre in seconda battuta Pechino crede che; attraverso la propria politica storica di costruzione di nuove basi ed isole all’interno dell’arcipelago e le continue esercitazioni sia navali che aeree, si possa sfruttare la preoccupazione americana verso queste azioni, così da poter meglio controllare le operazioni militari statunitensi nell’area*, rinforzando così in patria temi cari alla diplomazia cinese quali: la visione degli Stati Uniti come aggressore, della Cina come la vittima e dei rapporti ineguali tra Washington, Manila e Kuala Lumpur come il vero elemento di destabilizzazione della regione.

A fronte di questa duplice politica la Repubblica Popolare ha però risposto alla sentenza in maniera contenuta, questo per molti analisti suggerisce che i leader cinesi intendono agire con moderazione, così da cercare di evitare qualsiasi fraintendimento che possa minare le già instabili relazioni bilaterali con Washington, alterare gli equilibri regionali, e sondare il terreno per una possibile spartizione in sfere di influenza del Pacifico Occidentale.

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